29/01/2020

Il ruolo del medico contro l'eutanasia. Boscia: «Mai tradire l’alleanza con il paziente»

Medicina e sanità ai confini della vita. È il titolo del convegno che si terrà domani mattina a Roma, organizzato dall’Associazione Medici Cattolici Italiani, patrocinato dalla FNOMCeO e in collaborazione con Polis pro persona.

Tra i relatori anche il professor Filippo Boscia, presidente nazionale dei Medici Cattolici, intervistato da Pro Vita & Famiglia sul ruolo del medico in quella che lui stesso definisce «l’alleanza tra medicina e paziente, che il medico non deve mai tradire».

 

Professor Boscia, quali saranno i temi affrontati durante il convegno?

«Innanzitutto occorre porre una riflessione, ovvero che in Italia la questione del dolore e dell’umana sofferenza sembra essere venuta a galla soltanto adesso. Come medico ne traggo una profonda amarezza, perché le lentezze burocratiche e l’ideologia di fondo che si sta instaurando hanno messo l’accento sui pazienti in quanto malati, sofferenti, esclusivamente fragili e in solitudine. Si parla ovviamente di questioni molto importante e serie, che però dovrebbe essere affrontate con i temi delle cure nel momento del fine vita e della palliazione. Qui si viene inoltre a inserire la tematica del rapporto medico-paziente, che per certi versi è diventato di conflitto e di opposizione. Allora l’alleanza terapeutica tra medico e paziente tende a dissolversi e ovviamente si assiste ad un disagio del vivere che entra silenzioso come un tarlo nella vita delle persone ammalate. Emerge quindi in questo momento storico la paura di vivere, di soffrire e, nell’opinione pubblica, si instaura una nuova equazione, ovvero che un soggetto ha diritto a vivere solo se sano, altrimenti non avrebbe interesse e motivo di vivere».

Perché si è incrementata sempre di più questa idea di vita degna solo se sana e perfetta?

«Si tratta ovviamente di una bruttura, che viene condivisa dall’odierna società innanzitutto per economia di bilancio, per scarsità di risorse, ma anche perché nell’opinione pubblica si è insinuato il pensiero della vita di qualità. Ma noi invece sappiamo che la vita deve essere tutelata come un bene a sé, indipendentemente se sana, se di qualità o sofferente e faticosa. Dal punto di vista medico e sanitario assistiamo negli ultimi anni a sempre maggiori tagli, che hanno creato un vulnus nel ritrovamento e nell’investimento di risorse».

Cosa si può fare in tal senso per cambiare rotta?

«Occorre vigilare affinché il sensazionalismo che c’è stato soprattutto negli ultimi tempi non vada scemando facendo perdere l’attenzione su questi temi. La politica deve avere la possibilità di aprire uno sguardo su queste problematiche e soprattutto deve aprire prassi di cura e supporti relazionali, con solidarietà da parte del personale medico e una maggiore umanizzazione aziendale e sinergie positive. Non possiamo continuare a creare delle separazioni tra chi è malato e chi è santo, ma dobbiamo aprirci all’altro e uscire dalla logica che i malati cronici terminali sono soggetti da rottamare. Da questo punto di vista è inaccettabile pensare che il welfare sanitario sia in crisi e non sia sostenuto. Infine occorre che si aprano maggiori possibilità per incrementare e sostenere l’accesso delle persone alle cure e quindi al diritto alla salute, che non può diventare un diritto relativo in relazione alle disponibilità finanziarie».

Lei ha parlato di un’alleanza tra medico e paziente. Qual è il ruolo appunto dei medici per non tradire questa alleanza?

«Noi dobbiamo innanzitutto assistere la persona. Noi siamo medici della persona e non dell’organo ammalato. Per questo motivo ribadisco che abbiamo bisogno dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, che non deve dissolversi ma deve solidificarsi. Il medico ha l’obbligo di rappresentare la sua libertà di coscienza, ovviamente sottolineando anche il principio di autodeterminazione dell’ammalato. Due termini che sembrano in opposizione, ma che in realtà possono coniugarsi grazie ad una nuova “pastorale” della salute. Una medicina che, al contrario, mette tra parentesi il soggetto umano per esaltare solo ed esclusivamente gli elementi scientifici e professionale corre il serio rischio di conoscere tutto della malattia ma di ignorare l’esistenza del malato. C’è quindi la necessità di trovare dall’altra parte il nostro prossimo».

Necessità che si possono mettere in pratica con l’assitena e le cure palliative?

«Certamente. Nel contesto sociale e culturale odierno siamo chiamati a delle sfide importanti. Queste sfide si chiamano palliazione, cure palliative e hospice. Una sfida che va contro la medicalizzazione tout court del paziente, contro la cultura della morte e della dimensione pubblica della sofferenza. In definitiva la sfida di considerare la vita come un viaggio, che inizia e va accompagnato da quando nasciamo a quando ci avventuriamo nel mare tormentato di gioie e dolori».

 

 

di Salvatore Tropea

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