05/08/2014

Il piccolo Gammy, nato da utero in affitto ed abbandonato perché Down – Tanta ipocrisia e buonismo

Ipocrisia e buonismo.

Mario Adinolfi rileva alcuni aspetti che vanno oltre lo scontato sdegno e sentimenti di smarrimento che abbiamo provato tutti nel leggere la notizia del piccolo Gammy, il bambino affetto dalla sindrome di Down abbandonato dai genitori che ne avevano commissionato l’acquisto dopo aver affittato l’ utero della madre.

Buonismo perché ci siamo tutti lasciati prendere dalla tenerezza e dal dolore nel sapere della crudele sorte toccata al bimbo, compresi probabilmente coloro che fingono di ignorare che al 97% dei Gammy al mondo viene direttamente impedito di nascere.

Ipocriti perché ci stupiamo della ignobile pratica dell’utero in affitto, ma accettiamo che in Italia vengano comprati i gameti per l’eterologa -poco importa se il Ministero andrà a chiamare questa remunerazione “rimborso spese”.

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Voglio la mamma, chi ha letto il libro lo sa, è stato scritto con una vera e propria ossessione per i numeri. Sì, per carità, ci sono le mie opinioni dentro ma se quel volume ha una qualità che è stata apprezzata veramente da tutti è che è zeppo di dati e riferimenti puntuali, con fonti certe citate. Anche per questa maniacalità ho voluto aspettare qualche giorno per dire la mia attorno alla vicenda di Gammy, il bambino down ordinato da una coppia australiana in Thailandia e poi rifiutato perché “difettoso”, dopo che alla donna che lo aveva in grembo assieme alla sorellina gemella era stato chiesto di abortirlo selettivamente.

Oggi posso rivelarvi il nome, finora tenuto nascosto, dei due genitori australiani capaci di tanta oscenità: si tratta di David e Wendy Farnell, vivono a Bunbury, una piccola città di 57mila abitanti nel Western Australia, la parte occidentale del paese, a 175 chilometri da Perth. Lui è un ultracinquantenne con tre figli già grandi, lei è la seconda moglie cinese ultraquarantenne sposata nel 2004. Dieci anni senza figli, poi la scelta dell’utero in affitto (in Cina è di gran moda nella classe media, diecimila l’anno i bimbi nati così, terrificante la recentissima inchiesta del New York Times su questo boom), la decisione di usare la Thailandia che pubblicizza non solo gravidanze low cost ma anche la possibilità di scegliersi il sesso del nascituro. Sedicimila dollari pagati e vai con il contratto che prevede anche l’obbligo di abortire eventuali figli “malformati”.

Il bimbo doveva essere solo uno, ma la natura non rispetta i contratti e alla prima ecografia si scopre che i figli sono due. La gestante, la ventunenne signorina Pattharamon proveniente da un poverissimo villaggio thailandese, viene informata della richiesta della coppia di genitori biologici di abortire uno dei due gemelli che la diagnosi prenatale rivela affetto da sindrome di Down e malformazioni cardiache. La donna rifiuta (c’è chi arriva a dire che rifiutando viene meno a una clausola contrattuale e il contratto è da ritenersi nullo), collocandosi così in una ristretta cerchia di donne coraggiose. Nel mondo il 97% dei bambini cui la diagnosi prenatale indichi la sindrome di Down viene abortito. Ma la donna thailandese, anche per via di convinzioni religiose profonde, non sente ragioni. La gravidanza si fa stressante e il parto avviene con due mesi d’anticipo sulla data prestabilita.

 

Un amico di famiglia di David e Wendy Farnell parlando al Bunbury Mail ha dichiarato che alla coppia è stato detto che Gammy avrebbe avuto solo un giorno di vita e che per questo lo hanno abbandonato. In realtà i due hanno dovuto aspettare un mese che anche la bambina, perfettamente sana ma nata prematura, potesse lasciare l’incubatrice. Dunque sapevano bene che Gammy aveva superato il fatidico singolo giorno di vita. Fatto sta che la coppia se ne torna a Bunbury solo con la sorellina. Ora i due vogliono far credere che la signorina Pattharamon stia strumentalizzando il caso di Gammy a fini economici. In effetti sono arrivati duecentoventimila dollari di donazioni in pochi giorni per curare il piccolo, affetto anche da una grave infezione polmonare. La disputa è tutto sommato poco interessante, i fatti sono evidenti: la bimba sana è con David e Wendy Farnell a Bunbury, Western Australia. Gammy è malconcio e malato con la sua madre non biologica, con la povera donna di cui era stato affittato l’utero e che gli ha salvato la vita.

I numeri dicono che tutti fanno a gara di commozione per il down Gammy, ma il 97% dei Gammy vengono abortiti. I numeri dicono anche che nel mondo ogni anno nascono con la pratica dell’utero in affitto circa ventimila bambini: gli acquirenti sono coppie eterosessuali con problemi e sempre di più coppie omosessuali. Diecimila nascono in Cina, duemila in India in vere e proprie “fabbriche dei bambini” che caratterizzano ormai l’economia di intere città, millecinquecento negli Stati Uniti (il 54enne senatore Pd Sergio Lo Giudice ha speso lì i suoi 150mila dollari per dotare il compagno trentenne di un bimbo nuovo di zecca), un migliaio in Thailandia e altrettanti in Ucraina, il resto in tanti paesi poveri dove neanche vengono censiti. Nel mondo nascono circa 75 milioni di bambini l’anno, dunque l’utero in affitto è ancora una pratica da zerovirgolazeroqualcosa, una pratica marginale. Sarà il caso di metterla politicamente, culturalmente, moralmente al bando prima che i numeri crescano esponenzialmente? Leggo che persino sull’Osservatore Romano si fa una piccola confusione, si dice che tutto questo nasca dal concetto di “diritto al figlio”. No, il problema è più profondo: tutto questo nasce dalla riduzione della persona a cosa. E’ dalla riduzione della persona a cosa che nascono tutti i drammi dell’epoca contemporanea: aborto, eutanasia, utero in affitto, pedofilia, turismo sessuale, fecondazione eterologa, neoeugenetica. E come si evidenzia questo passaggio della riduzione della persona a cosa? Dalla presenza del denaro. Io per generare le mie due splendide figlie ho fatto l’amore, in un impeto naturale. I figli nascono così. I figli non si pagano. Se nella procedura di genesi di una vita umana si inserisce un passaggio di denaro (gli ipocriti riescono anche a chiamarlo in Italia “rimborso spese”) allora un figlio diventa semplicemente una cosa, un prodotto da acquistare. Ovviamente, se il prodotto è difettoso viene rifiutato, rispedito al mittente. Questo e non altro hanno fatto David e Wendy Farnell da Bunbury, Western Australia. Cent’anni in due, senza aver capito che le persone non sono cose e i figli non si pagano.

Mario Adinolfi

Fonte: Facebook

 

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