27/12/2019

Il gatto sofferente salvato dall’eutanasia. Perché gli umani no?

Una storia simpatica che, tuttavia fa riflettere: un gatto, ribattezzato BenBen e divenuto quasi una celebrità su Instagram, come racconta l’Agenzia Dire Giovani. È stato trovato in condizione pietose, in Canada e raccolto per strada da alcuni volontari dell’organizzazione BC SPCA. Sembrava un caso disperato: riportava diverse ferite sul corpo, un orecchio malformato e la spina dorsale schiacciata.

Per questo è stato ricoverato d’urgenza in una clinica veterinaria, dove i medici l’hanno curato con zelo. Una volta fuori pericolo, BenBen, è stato riportato al BC SPCA, dove Sandy, uno dei veterinari che lo avevano curato, ha cominciato ad affezionarsi piano piano a quel gattino così sofferente e ferito. Purtroppo però, le condizioni del cucciolo sembravano destinate a non migliorare, al punto che avrebbe dovuto assumere antibiotici per sei mesi e antidolorifici tutta la vita, persino il suo orecchio avrebbe subito danni permanenti.

Insomma, una situazione senza via d’uscita per la quale, come facilmente e superficialmente si è portati a fare oggi, in casi molto più gravi, in quanto riguardanti esseri umani, l’unica via d’uscita sembrava l’eutanasia. Ma fortunatamente per BenBen, venuta a conoscenza della triste fine che avrebbe fatto il gattino, la dottoressa, Sandy avrebbe decise di adottarlo. E ora quel gattino che sembrava spacciato vive in una nuova famiglia da ormai 3 anni e ha persino un seguito di 500.000 follower su Instagram.

Ci chiediamo allora perché se questo lieto fine possa riguardare un gatto, al punto che almeno 500.000 persone se ne compiacciono, non possa riguardare a maggior ragione un essere umano. Sembra quasi, a giudicare dalle leggi mortifere (dall’aborto all’eutanasia..) che in questi ultimi anni ci si è affrettati ad approvare, che l’unico essere vivente che non meriti di vivere, sia proprio l’uomo, la cui fine ci si appresta ad accelerare, facendola passare anche per una “scelta d’amore” o in virtù del suo “migliore interesse”. Eppure questa storia così semplice e che sembra così banale, dimostra, tuttavia, che l’amore è l’elemento che fa la differenza, soprattutto nei casi in cui la sofferenza è forte e viene invocata l’eutanasia. L’assistenza amorevole in questi casi può davvero migliorare la, tanto sventolata dai pro-morte, “qualità della vita” dell’ammalato che, circondato dall’affetto dei suoi e non percependosi più come un peso, può essere aiutato a concludere la sua esistenza, in maniera veramente dignitosa.

 

di Manuela Antonacci

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