13/09/2025 di Giuliano Guzzo

Il film Unicorni è un flop, ma il rischio indottrinamento rimane. Ecco perché

Un autentico flop. Non si può onestamente che definire così, anche senza voler infierire, l’esito al botteghino - e in generale come risonanza - del film Unicorni, pellicola della regista Michela Andreozzi che, al di là di eventuali meriti artistici, pare un piccolo quanto esplosivo concentrato di temi delicatissimi, specie nella misura in cui sono proposti a bambini e ragazzi. Ma andiamo con ordine, partendo dalla trama del film. In estrema sintesi - abbiamo già avuto modo di raccontarlo dopo averlo visionato al cinema - la vicenda trattata è quella d’un affermato conduttore radiofonico, Lucio, interpretato da Edoardo Pesce, sposato con Elena, interpretata da Valentina Lodovini; i due hanno un figlio interpretato da Daniele Scardini. Oltre al nome non così comune – Blu –, il bambino di 9 anni ama vestirsi da femmina; una tendenza che i genitori assecondano in privato ma non in pubblico e, di qui, si originano divergenze di vedute oggetto della pellicola.

Il flop al botteghino

Ora, non si vuole molto a comprendere il tenore ideologico dell’opera. Così come già è stato richiamato – ma pare il caso di tornarci – sul flop di cui si accennava in apertura. Sì, perché se, da un lato, verosimilmente una piccola come Unicorni può essere costata (considerando le medie di spesa di “piccole” produzioni italiane”) qualcosa come 1 o 2 milioni di euro - tra riprese, post-produzione, distribuzione e promozione, s’intende - dall’altro, consultando varie fonti risulta che il film abbia incassato un totale di circa 140.000 euro: cifre decisamente ridotte – come chiunque può capire - per un’uscita cinematografica, peraltro mai entrata nelle prime posizioni settimanali e, dopo le prime settimane, scesa rapidamente di presenze, segno che non ha avuto passaparola positivo o richiamo commerciale né è diventato qualcosa di virale.

Il gender non paga ma il pericolo rimane

O forse, venendo a noi, il punto è che semplicemente al pubblico le storie di matrice Lgbt – pure così care all’agenda della cultura dominante – non interessano. Sia come sia, la storia di Unicorni potrebbe non essere ancora finita. Sì, perché nonostante il tonfo al botteghino e quindi il successo neppure lontanamente visto, il rischio concreto che quest’opera, proprio per il suo contenuto ideologico e di parte (è l’esito d’un lavoro di collaborazione che ha incluso anche Alessia Crocini presidente dell’associazione Famiglie arcobaleno, non esattamente una sigla super partes), possa finire…nelle scuole. Non va infatti dimenticato come, in un comparto scolastico dove tra lezioni il salsa gender e carriera alias purtroppo l’ideologia abbonda, ecco, un film come Unicorni potrebbe conoscere “una seconda vita”. 

Certo, per il momento questa è solo un’ipotesi, un timore preventivo: al momento, in effetti, avvisaglie non ve ne sono, fortunatamente. Ma dinnanzi a beni supremi quali sono il benessere di minori e il primato educativo delle famiglie – valori che non meritano d’essere calpestati da iniziative di parte -, la prudenza non è mai troppa. Non resta pertanto che augurarsi che quanto prospettato non accada, anche se “una seconda vita” Unicorni potrebbe averla comunque, per esempio su piattaforme streaming o Tv, strade che, a volte (e in questo caso ce ne sarebbe davvero bisogno, a quanto pare) aiutano a recuperare parzialmente le perdite. Anche in questo caso, Pro Vita & Famiglia non mancherà di vigilare, così come da anni vigila anche sui cartoni animati, prodotti per antonomasia pensati per i bambini ma, da tempo, piegati alle agende politiche. L’importante è davvero in ogni caso che film come quello in oggetto restino fuori dalle aule scolastiche, dove in questi anni già troppi sedicenti esperti di “educazione” e “inclusione” – con interventi di parte o distribuendo e leggendo testi totalmente parziali – hanno piegato la didattica alla propaganda. Una distorsione diseducativa della realtà che i più giovani davvero non meritano.

 

 

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