27/10/2015

Gravidanza: un’esperienza stupenda, non una malattia!

Al giorno d’oggi la gravidanza viene sempre più vissuta come una malattia e sempre meno come una fase naturale della vita di una donna (tanto che c’è chi a 34 settimane ancora corre...).

Nell’arco dei nove mesi che intercorrono tra il concepimento e la nascita del bambino è un affastellarsi di visite, controlli, analisi del sangue, ecografie ... e chi più ne ha, più ne metta. Il risultato è che la gravidanza spesso non viene vissuta e assaporata in pienezza dalla donna, ma con un fondo di ansia. Quasi con la convinzione che il suo “stato interessante”, più che essere tale sia preoccupante e anormale.

Naturalmente questo si verifica anche per il momento del parto. Evento che, seppur di certo non indolore, risponde a precise leggi inscritte nel corpo della donna, e in quanto tali perfettamente naturali. La donna è fatta per il parto: tutto in lei è pensato per permetterle di affrontarlo al meglio sotto il punto di vista fisico e ormonale, ma anche psico-emotivo e affettivo.

Sul blog Quarantadue! abbiamo trovato la testimonianza di Frenchurch, pseudonimo di una professoressa di “tecnologie e tecniche di installazione e manutenzione” e mamma di quattro figli, una affidata, due adottati e l’ultima – Elisabetta – nata da lei.

Scrive Frenchurch, prendendo spunto dalla sua esperienza personale, che oggi “[...] passa questo sottile messaggio che comunque, anche se non una malattia, la gravidanza è uno stato che mette la donna nella condizione di non stare bene, di aver bisogno di cure (e non di cura) e questo cambia la percezione che una ha della sua pancia e del bambino che vi si sta formando, come fosse un problema da risolvere e non un mistero da custodire. Poi però, finalmente, vai a fare un giro nella zona nascita del reparto maternità del tuo ospedale. In un momento in cui non è utilizzato da nessuna puerpera, un sabato pomeriggio nel silenzio surreale fatto di attesa, stupore e tensione, ti aggiri tra le varie sale travaglio/parto, con tuo marito per la mano, in compagnia di un’ostetrica che con voce ferma e dolce spiega cosa succede in quelle stanze di solito, quali siano le procedure in caso di parto fisiologico e quali in caso di intervento dei medici. Di colpo ti dimentichi di essere in ospedale, sì perché le stanze sono decorate ed arredate in modo da assomigliare il più possibile ad ambienti casalinghi, alle pareti ci sono murales e quadri dipinti con colori caldi, avvolgenti, in una stanza c’è un letto matrimoniale per poter accogliere entrambi i genitori … tutto è studiato per farti sentire a casa tua, a farti percepire che sei pronta ad affrontare il parto perché è il tuo corpo che conosce quello che deve fare, devi solo assecondare quello per cui che la natura ti ha preparato“.

Il parto è da vivere in coppia, in famiglia, prosegue Frenchurch. Ed è importante che sia permesso a madre, padre e figlio di viverlo con tranquillità e naturalità, per esempio con il contatto pelle a pelle subito dopo la nascita o con il taglio del cordone ombelicale quando il bimbo è appoggiato sulla pancia che lo ha custodito per nove mesi.

Capisco solo adesso – riflette in conclusione la futura mamma – qualche articolo sull’utero in affitto (pardon, “gestazione per altri”) che ho letto nei vari giornali, quale sia l’urgenza appena il bambino nasce di toglierlo dalla vista della madre (sì, perché la donna che lo ha partorito è e sarà sempre sua madre), non permettere alcun tipo di contatto tra quei corpi, e se per sbaglio qualche volta avviene, magari per la pietà di qualche ostetrica che sa bene cosa sia quel momento, allora la neomamma impazzisce all’idea di lasciare il proprio figlio, si vuole rimangiare la promessa fatta, del contratto firmato vorrebbe farne carte straccia, perché non c’è compenso in denaro che possa in qualche modo avvicinarsi anche solo lontanamente all’estasi dell’abbraccio con la propria creatura. Dite che sono gli ormoni della gravidanza che mi fanno parlare così? Allora provate a parlare con una mamma alla quale non è stato concesso di avere questo momento perché alla nascita il bambino ha avuto qualche problema, anche piccolo, e quindi sono intervenuti i medici per la salute del piccolo, chiedete a queste donne cosa hanno provato fino a che non hanno potuto stringere a sé i loro bambini; a me più di una ha raccontato che credeva di impazzire, ma non per la preoccupazione della possibile malattia, per il solo fatto di non poterlo toccare“.

Redazione

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