09/09/2026 di Redazione

Vita, Famiglia, Educazione: cosa ha fatto (e cosa no) il Governo più longevo della Repubblica

Il bilancio dell’operato del Governo Meloni su vita, famiglia, educazione. Quali leggi sono state approvate, quali sono ancora in discussione e dove – invece – si sta facendo il contrario di quanto si aspettavano gli italiani.

Pochi giorni fa, lo scorso 4 settembre 2026, il Governo Meloni ha raggiunto 1.413 giorni, superando il record dell’Esecutivo Berlusconi II e diventando il più longevo della storia repubblicana.

Dal palco di Bari la premier ha pronunciato una frase che condividiamo e che vogliamo prendere sul serio: il governo più stabile non è per forza il più capace, è semplicemente quello che ha avuto più tempo degli altri per essere giudicato. Ne ha pronunciata un’altra, altrettanto impegnativa: le conquiste vanno lasciate agli italiani indipendentemente da chi vincerà le elezioni. È il criterio dell’irreversibilità. Con quei due criteri: i risultati, non la durata; ciò che resta, non ciò che si annuncia – proviamo a fare un bilancio di quattro anni sui temi valoriali quali vita, famiglia e libertà educativa.

Ciò che è stato fatto, e va riconosciuto

Il reato universale di maternità surrogata, approvato in via definitiva nell’ottobre 2024, è la legge più significativa di questa legislatura sui temi antropologici e non ha eguali al mondo. Non è rimasta un fatto interno. Nell’ottobre 2025, a New York, il ministro Eugenia Roccella ha chiesto formalmente all’ONU il bando universale della pratica, sostenendo il rapporto della relatrice speciale Reem Alsalem. Nel marzo 2026 l’Italia ha promosso, insieme a Turchia e Paraguay, un evento a margine della CSW70 dedicato allo sfruttamento nella surrogazione. Nel giugno 2026, a Ginevra, ha lanciato con Santa Sede, Cile e Camerun l’iniziativa per una moratoria internazionale. Su questo dossier l’Italia è oggi il Paese guida, e va detto.

Dopodiché c’è la legge “Valditara” sul consenso informato preventivo dei genitori, approvata dalla Camera nel dicembre 2025 e in via definitiva dal Senato il 4 giugno 2026 con 78 voti favorevoli e 38 contrari, è la seconda conquista di rango. Vieta in modo assoluto i progetti di ambito sessuale nella scuola dell’infanzia e nella primaria; impone alle medie e alle superiori il consenso scritto preventivo delle famiglie, con obbligo di trasmettere materiali, obiettivi, modalità e nominativi degli esperti esterni. Per la prima volta, quindi, il diritto educativo dei genitori, riconosciuto dall’articolo 30 della Costituzione, ha una procedura che lo rende esigibile. Il merito va al primo relatore del testo base, Rossano Sasso – oggi di Futuro Nazionale – e al ministro Giuseppe Valditara – in quota Lega – per aver dato l’imprimatur del Governo.

Va riconosciuta, infine, la scelta di non lasciare correre le forzature regionali sul fine vita. Il Governo, infatti, ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge toscana sul suicidio assistito nel maggio 2025 e quella sarda nel novembre 2025. Con le sentenze 204/2025 e 148/2026 la Consulta ha lasciato in piedi il solo involucro organizzativo di quelle leggi, mentre ha dichiarato illegittime le disposizioni che ne costituivano la sostanza: quelle che fissavano i requisiti di accesso, i tempi e le procedure del suicidio medicalmente assistito. Senza quei ricorsi, oggi, Toscana e Sardegna avrebbero due discipline regionali pienamente operative, e l’Emilia-Romagna, che ha legiferato nel 2026, una terza. Va però fatta una precisazione molto importante, fondamentale, poiché questo punto viene spesso travisato: ciò non significa affatto che serva una legge nazionale. Significa l’esatto contrario. La Corte, infatti, ha certificato che nessuno, fuori dal Parlamento, può disciplinare l’accesso al suicidio assistito. Il compito del Parlamento non è colmare quel vuoto legalizzando: è non colmarlo, e investire invece sulle cure palliative e sulla terapia del dolore, che restano insufficienti e diseguali sul territorio. In questa materia l’assenza di una disciplina non è una lacuna da riparare, è la tutela che regge tutto il resto.

Diverso, invece, l’esito sul fronte dell’aborto. Su proposta dei ministri Orazio Schillaci ed Eugenia Roccella, nell’agosto 2025 il Governo ha impugnato l’articolo 3 della legge siciliana 23/2025, che imponeva alle aziende sanitarie concorsi riservati a personale non obiettore. Con la sentenza 42/2026 la Consulta ha respinto il ricorso, pur affermando che il diritto all’obiezione di coscienza va comunque tutelato.

Infine, merita nota la circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito del 21 marzo 2025, che ha escluso asterisco e schwa dalle comunicazioni ufficiali delle scuole. Si tratta di un atto di rango minore, ma allo stesso tempo di un segnale culturale sicuramente importante.

Ciò che è stato avviato, ma non basta

Sul sostegno alla maternità il Governo ha lavorato, e i numeri sono reali: congedo parentale portato da tre mesi al 30 per cento a tre mesi all’80 per cento della retribuzione; Bonus mamme innalzato da 40 a 60 euro mensili con esonero contributivo pieno dal terzo figlio; Bonus nido a 3.600 euro; contributo di 1.000 euro per ogni nuovo nato; prima casa esclusa dal calcolo ISEE fino a 91.500 euro; detrazione per le scuole paritarie portata a 1.000 euro.

Tornando invece al fronte della libertà educativa è arrivato anche il Buono Scuola, introdotto dalla legge di bilancio 2026 e reso operativo dal decreto interministeriale firmato il 14 luglio scorso dai ministri Giuseppe Valditara e Giancarlo Giorgetti: per la prima volta, infatti, le famiglie con ISEE fino a 30mila euro riceveranno un contributo diretto fino a 1.500 euro per ogni figlio iscritto a una scuola paritaria. Ventisei anni dopo la legge sulla parità scolastica, dunque, un primo passo concreto affinché la libertà di scelta non resti un privilegio solo di chi se la può permettere.

Visionario, inoltre, è anche il “Piano Casa”, varato con il decreto-legge 66 del 29 maggio 2026 su proposta della premier e del ministro Matteo Salvini e convertito in legge il 1° luglio: oltre 10 miliardi di euro per rendere disponibili circa 100mila alloggi in dieci anni a prezzi calmierati di almeno un terzo rispetto al mercato.

Queste ultime appena citate sono misure giuste che vanno mantenute, ma che – oggettivamente – non stanno funzionando come tutti vorremmo.

Nel 2025, infatti, sono nati solo 355mila bambini, il 3,9 per cento in meno del 2024: il minimo storico dal dopoguerra. La fecondità, di conseguenza, è scesa a 1,14 figli per donna, dall’1,18 dell’anno precedente. Non è certamente un’accusa al Governo – perché non si inverte in quattro anni un trend di 40 – ma è comunque la misura della sproporzione tra lo strumento e il problema. Il trasferimento monetario, spesso una tantum, da solo non inverte una curva che ha cause fiscali, abitative e culturali. Serve – per fare alcuni esempi – il quoziente familiare e serve una fiscalità che scali strutturalmente sul numero dei figli. Serve, insomma, una rivoluzione copernicana di ogni aspetto socio-sanitario in chiave familiare e natalista. Fare figli deve diventare la principale causa di privilegio sociale e fiscale.

Lo stesso vale per le due misure più recenti. Il già citato Buono Scuola è finanziato con 20 milioni per il solo 2026, ma esclude la scuola primaria e il triennio delle superiori e si esaurisce con le risorse disponibili: andrebbe, invece, reso strutturale ed esteso all’intero percorso scolastico. Quanto al Piano Casa, i decreti attuativi sono ancora da emanare, ed è lì, non nel decreto, che si decide se le famiglie con figli e le giovani coppie avranno davvero la precedenza nell’assegnazione.

Di pari passo va apprezzato – ma, ovviamente, anche portato a termine – l’impegno contro la pressione ideologica che convince migliaia di minori a credere di essere “nati nel corpo sbagliato” e li conduce poi a subire bombardamenti ormonali, blocchi puberali e interventi chirurgici per apparire come ciò che non sono e che mai saranno. In tal senso, l’ispezione ministeriale al Careggi, avviata da Schillaci nel gennaio 2024 su segnalazione del senatore Gasparri, ha accertato criticità significative, tra cui casi di somministrazione del farmaco bloccante della pubertà triptorelina senza valutazione neuropsichiatrica, e si è chiusa con undici rilievi alla Regione Toscana. Per questo il Comitato Nazionale per la Bioetica ha raccomandato l’istituzione di un apposito registro e il disegno di legge Schillaci-Roccella è stato approvato in Consiglio dei ministri il 4 agosto 2025, anche se è tuttora in commissione Affari sociali alla Camera. Dunque a più di un anno di distanza non è legge e si spera – invece – possa essere calendarizzato e approvato entro la fine della legislatura.

Ciò che era stato promesso, e non si vede

Ci sono, però, anche dei punti ad oggi disattesi, di cui non si vede traccia. Il programma di Fratelli d’Italia del 2022 apriva i suoi venticinque punti con un impegno preciso: istituzione di un fondo per aiutare le donne sole e in difficoltà economica a portare a termine la gravidanza. La Lega, invece, si impegnava all’effettiva promozione della vita coinvolgendo le realtà del no profit. Quattro anni dopo non esiste un piano nazionale di prevenzione dell’aborto, non esiste il fondo, non esiste una disciplina che garantisca in modo uniforme la presenza delle associazioni di sostegno alla maternità nei consultori. E la parte della legge 194 che parla di rimozione delle cause dell’aborto resta la parte non applicata, esattamente come prima.

Sia chiaro, per evitare equivoci: chiedere l’attuazione della parte preventiva non significa considerare la 194 una buona legge. È una legge ingiusta, perché ha reso legale la soppressione di una vita umana innocente e, nella pratica, ha finito per consentire l’aborto su richiesta. La sua abrogazione resta l’obiettivo di Pro Vita & Famiglia. Ad oggi, inoltre, sono ancora in vigore anche le linee di indirizzo del ministro Roberto Speranza del 12 agosto 2020, che hanno esteso l’aborto farmacologico dalla settima alla nona settimana, eliminato il ricovero e aperto ambulatori e consultori. Nell’agosto 2020 fu proprio Giorgia Meloni a chiederne il ritiro immediato, definendole un tentativo di modificare la 194 attraverso un atto amministrativo. All’epoca aveva ragione, ma un atto amministrativo si può revocare con un altro atto amministrativo: cosa che non è stata fatta nonostante oggi, ovviamente, il Ministero della Salute sia nelle mani di questa maggioranza. Tra l’altro le linee guida Speranza ignorano e cancellano senza alcun valido motivo tutte le cautele previste dalle linee guida del 2010 che erano totalmente tese alla tutela della salute della donna.

Sulla carriera alias, infine, il programma della Lega del 2022 impegnava esplicitamente a fermarne la diffusione. Durante l’attuale legislatura, 23 senatori di Fratelli d’Italia hanno depositato un’interrogazione al ministro Valditara, ma il Ministero non ha mai emanato alcuna linea guida in tal senso. Nel frattempo, gli istituti che hanno adottato il regolamento sono passati da 403, a inizio 2025, a 530 nel maggio 2026, secondo i dati della stessa associazione che li censisce. È chiaro che senza un atto di indirizzo del Ministero centinaia di consigli d’istituto stanno decidendo su una materia che non compete loro, introducendo con una delibera interna una categoria che l’ordinamento italiano non conosce e che mette in serio pericolo la salute e la vita dei nostri ragazzi, come è ormai stato acclarato dalla ricerca scientifica internazionale e dalla testimonianza di centinaia di detransitioners in tutto il mondo.

Ciò che contraddice l’indirizzo dichiarato

Ci sono però anche dei nei, che vanno nella direzione opposta a quanto sempre dichiarato da parte del Governo. Ci riferiamo a quanto accaduto durante la 70ª sessione della Commissione ONU sullo Status delle Donne, svoltasi dal 9 al 19 marzo 2026, dove l’Italia ha votato a favore delle conclusioni concordate. Quel documento impegna gli Stati a garantire l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai “diritti riproduttivi” con rinvio al Programma d’azione del Cairo. Il testo, inoltre, usa decine di volte il termine genere, senza mai ancorarlo al sesso biologico, e prevede il finanziamento delle organizzazioni femministe e transfemministe. Pro Vita & Famiglia aveva trasmesso alla delegazione un’analisi giuridica puntuale e inviato una PEC formale al ministro Antonio Tajani e all’ambasciatore Giorgio Marrapodi, ma non è mai arrivata alcuna risposta, né prima né dopo il voto. Lo stesso Governo che a Ginevra ha chiesto la moratoria sulla maternità surrogata, a New York ha sottoscritto il linguaggio che la rende difendibile. È palese come le due posizioni non possano stare insieme e ci sia una contraddizione di fondo.

Dopodiché c’è stato il caso, lo scorso 2 luglio, del parere favorevole espresso dal nostro Governo in sede di Consiglio dell’Unione Europea al cosiddetto “Chat Control 1.0”, ovvero una deroga alla privacy dei cittadini che dà facoltà alle Big Tech di scansionare i loro messaggi privati alla ricerca di contenuti potenzialmente illegali. Un indirizzo grave e pericoloso che, nell’imminente futuro, va scongiurato in sede di dibattito sul “Chat Control 2.0”, che passa dalla facoltà all’obbligo.

Sul fine vita, infine, il testo base attualmente all’esame del Senato non è dell’opposizione: porta la firma dei relatori Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, e Ignazio Zullo, di Fratelli d’Italia, ed è stato adottato dalle commissioni riunite nel luglio 2025. È sicuramente più restrittivo del testo Bazoli ed esclude il Servizio sanitario nazionale dalla procedura, ma resta un testo che introdurrebbe stabilmente nell’ordinamento italiano una disciplina del suicidio assistito. Va dato atto a Fratelli d’Italia di aver ottenuto, il 3 giugno 2026, la questione sospensiva sul testo delle opposizioni con 88 voti favorevoli e 59 contrari, ma la capogruppo di Forza Italia al Senato, Stefania Craxi, ha dichiarato che l’obiettivo è arrivare all’approvazione della legge entro la fine della legislatura. Non è assolutamente questo il mandato ricevuto nel 2022 dagli italiani.

L’ultimo miglio prima delle elezioni del 2027

Prima delle elezioni politiche del prossimo anno c’è però ancora tempo e le cose da fare sono concrete e soprattutto alla portata di questa maggioranza.

Tra queste c’è innanzitutto l’emanazione di linee guida ministeriali che fermino la diffusione della carriera alias negli istituti scolastici e il blocco del disegno di legge sul suicidio assistito, rinunciando a ogni disciplina nazionale della materia e quindi difendendo il risultato già ottenuto davanti alla Corte costituzionale e destinando le risorse alle cure palliative e alla terapia del dolore.

Dopodiché è assolutamente fattibile calendarizzare e approvare il disegno di legge Schillaci-Roccella sul trattamento dell’incongruenza di genere nei minori e – sul tema della libertà di espressione – abrogare l’articolo 23, comma 4-bis, del Codice della Strada, introdotto dalla legge 156/2021. Quest’ultimo è un comma che, formulato in termini vaghi e privo, a quanto risulta, del decreto attuativo previsto dal comma 4-ter, è diventato lo strumento con cui dodici campagne di affissione della nostra associazione sono state censurate da amministrazioni comunali.

C’è poi l’urgenza di adottare un piano nazionale di prevenzione dell’aborto e istituire il fondo per le donne in difficoltà economica, come promesso nel programma del 2022; così come c’è la necessità – e questa maggioranza lo può fare – di stralciare le linee di indirizzo del 12 agosto 2020 sull’aborto farmacologico, ripristinando le tutele sanitarie che quel provvedimento ha rimosso senza alcuna nuova evidenza scientifica.

Infine, ma non per importanza, bisogna rendere strutturale il Buono Scuola per le paritarie ed estenderlo all’intero percorso scolastico e c’è la necessità di inserire nei decreti attuativi del Piano Casa criteri di priorità che favoriscano le famiglie con figli e le giovani coppie, trasformando una buona politica abitativa in una politica per la natalità.

Si tratta, in sostanza, di otto atti. Nessuno di essi richiede una maggioranza diversa da quella che governa da oltre 1.413 giorni. Richiedono soltanto la volontà politica di usare, al meglio, il (poco) tempo che resta.

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