03/07/2019

Gli strappano il figlio perché accusato di “;omofobia”. Gli orrori dello scandalo di Reggio Emilia

«Mi dissero che io ero omofobo. E che dovevo cominciare ad abituarmi alle relazioni di genere». Una motivazione lapidaria e senza possibilità di repliche ha segnato l’inizio della tragica odissea di un uomo che si è visto strappare i propri figli per un giudizio vago e infondato, pronunciato da  Federica Anghinolfi, l’assistente sociale coinvolta nello scandalo dei bambini tolti ai genitori, a Reggio Emilia, tra gli arrestati all’interno dell’inchiesta “Angeli e Demoni”.

Dalle colonne del Giornale il protagonista di questa triste vicenda, che si fa chiamare con un nome di fantasia, Michele, ha raccontato la sua drammatica epopea iniziata nel 2017, quando gli vengono strappati i figli per darli in adozione a una coppia gay. Tutto comincia con una denuncia per maltrattamenti sporta dalla sua ex moglie che porta i servizi sociali della Val D’Enza ad attivarsi immediatamente e a tenere d’occhio la famiglia, quasi ossessivamente, come racconta l’uomo: «Venivano a controllare in continuazione. Mi contestavano che la casa non fosse idonea a far vivere i miei figli. Mi hanno detto che la camera dei bambini era troppo pulita, quasi che loro non avessero mai dormito in quella stanza. I giocattoli erano riposti nell’armadio e anche questo a loro non tornava. Cercavano sempre delle scuse, a volte banali».

Uno degli aspetti più incredibili della vicenda è che, come racconta Michele, gli assistenti sociali avrebbero stilato lunghe relazioni in cui veniva mistificata la realtà, falsificando gli eventi e cercando in tutti i modi di creare l’immagine del “papà cattivo”, in modo tale da sottrarre i bambini al genitore e affidarli alla moglie andata via di casa per convivere altrove con la compagna. Agghiacciante è il racconto che fa l’uomo del modo in cui si è visto allontanare il figlio: «Un giorno», testimonia Michele, «mentre mi stava per salutare, mio figlio ha iniziato a piangere perché non voleva andare con la madre. Io non riuscivo a capire, ma siamo riusciti a calmarlo e tutto si è sistemato. Poi è andato via con lei». Per non parlare, poi, dei dettagli che Michele scopre nelle relazioni dei servizi sociali: «Scopro che Beatrice Benati, che aveva redatto la relazione, nel raccontare i fatti scriveva: “;I bambini si riferivano al padre, insultandolo”. Lì ho capito che c’era qualcosa di strano. Perché avrebbero dovuto scrivere una cosa per un’altra? A che scopo? Ancora oggi me lo chiedo».

In realtà la risposta arriva il fatidico 15 giugno del 2018, quando Michele viene chiamato dagli assistenti sociali e, da Federica Anghinolfi e Beatrice Benati (entrambe attualmente agli arresti domiciliari), viene a sapere che non potrà più vedere i suoi bambini se non «in forma protetta una volta ogni 21 giorni». Un atto gravissimo accompagnato da una generica e non meglio specificata motivazione: la presunta omofobia dell’uomo che, secondo la Anghinolfi, sarebbe poco abituato alle “relazioni di genere”. Il problema più grave è che ora, a distanza di un anno dall’incubo appena passato, l’uomo si trova alle prese con le gravi ripercussioni psichiche che hanno colpito suo figlio: il bambino infatti dichiara spesso di voler morire e di non sapere che farsene della sua vita. Gli effetti, insomma, del trauma grandissimo di chi si vede allontanato brutalmente da uno dei suoi affetti più cari. E viene da chiedersi allora chi restituirà a questi bambini la serenità di un tempo. Vite distrutte che gridano giustizia, coinvolte in una vicenda dai contorni foschi e inquietanti, sulla quale ci auguriamo non si spengano i riflettori ma anzi venga fatta presto giustizia.

Manuela Antonacci

Fonte: Il Giornale

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