21/08/2021 di Francesco Agnoli

Gli scienziati e la Resurrezione

Il grande matematico e fisico Blaise Pascal (1623-1662), padre della prima macchina calcolatrice, del concetto moderno di probabilità e molto altro, riflettendo sulla Risurrezione di Cristo, scriveva: «Con che ragione vengono a dirci che non si può resuscitare? Che cos'è più difficile: nascere o resuscitare? È più difficile che ciò che non è mai stato sia, o che ciò che è stato sia ancora? È più difficile essere o ritornare a essere? L'abitudine ci fa sembrare facile l’essere; la mancanza di abitudine ci fa sembrare impossibile il ritornare a essere. Che modo ingenuo, popolare di giudicare!» (Pensieri, 357). 

Pochi anni prima, Renato Cartesio (1596-1650), matematico e filosofo, nel suo celeberrimo Discorso sul metodo sosteneva che non vi è nulla di più assurdo che attribuire all’uomo lo stesso destino di morte eterna e definitiva che spetta agli animali. Infatti, «dopo l'errore di quelli che negano Dio, che penso di aver abbastanza confutato nelle pagine che precedono, non ve n'è altro che allontani di più gli uomini deboli dal diritto cammino della virtù che immaginare che l'anima delle bestie sia di natura uguale alla nostra e che, di conseguenza, noi non si abbia nulla da temere né da sperare, dopo questa vita, non più che le mosche e le formiche».

Un altro dei padri della scienza moderna, il chimico Robert Boyle (1627-1661), riteneva che Dio, in quanto Creatore, non fosse vincolato in modo assoluto alle leggi da lui stesso create, e che quindi la resurrezione non potesse essere provata, dalla ragione umana, ma neppure negata. «Così la questione», scriveva in Holy Scriptures, «non dovrebbe essere formulata se possiamo o meno dimostrare la resurrezione con la semplice ragione, ma se possa o meno, la resurrezione, essere confutata dall’irrefragabile ragione». 

Se rimaniamo in Inghilterra, sir George G. Stokes (1819-1903), già presidente della Royal Society, matematico e fisico di Cambridge, padre della dinamica dei fluidi e del teorema di Stokes, scriveva in una delle sue Gifford Lectures, argomentando sui miracoli e sulla Resurrezione di Cristo: «Sarebbe assurdo negare alla volontà creatrice le facoltà che posseggono gli esseri creati. Ora, c’è una facoltà del cui possesso siamo istintivamente persuasi, il libero arbitrio…». E aggiungeva: se pensiamo le leggi del creato, «come intese da una volontà superiore, bisogna pur supporre la possibilità di sospenderle in un particolare caso…». 

Un altro gigante, forse il massimo fisico dell’Ottocento, il padre dell’elettromagnetismo, James Clerk Maxwell (1831-1879), nel 1858, in una poesia a sua moglie, le scriveva che l’avrebbe voluta sempre vicina, e che il loro amore avrebbe sempre vissuto «in nome di Colui che ci amò entrambi»: 

«Solo l’amore, purificato da peccati e preoccupazioni,

oltre la tomba vivrà.

Fortifica il nostro amore, o Signore, in modo che 

possiamo credere nel Tuo grande amore

e che, aprendo a te tutta la nostra anima,

possiamo ricevere il tuo dono generoso.

Tutte le facoltà mentali, tutta la forza di volontà,

giaceranno forse nella polvere quando saremo morti

ma nostro è l’amore e tale sarà ancora

quando terra e mari spariranno». 

Facciamo un balzo temporale, e leggiamo questa breve riflessione del più grande logico matematico del Novecento, e per molti di sempre, Kurt Gödel (1906-1978). Secondo lui «il nostro mondo, con tutte le stelle e i pianeti che contiene, ha avuto un inizio e, con ogni probabilità, avrà una fine, diventerà, cioè, letteralmente, niente. Ma perchè allora ci sarebbe solo un mondo?» (Kurt Gödel, La prova matematica dell’esistenza di Dio, Bollati Boringhieri, Torino, 2006, p. 90). La conclusione logica di Gödel è la seguente: «In un mondo finito, Dio (infinito) esiste ed è unico». 

Leggiamo qualche altra considerazione dell’uomo che Albert Einstein considerava il genio più interessante del suo tempo: «L’affermazione che il nostro ego consista di molecole di proteine mi sembra una delle più ridicole mai enunciate»; «Poichè l’ego esiste indipendentemente dal cervello, possiamo avere altre fasi di esistenza nell’universo materiale o in un altro mondo…»; «Se il mondo è organizzato razionalmente e ha un senso» allora deve esistere un aldilà, «perché quale sarebbe il senso di formare un essere (l’uomo), che ha un tale ventaglio di possibilità per il suo sviluppo individuale e per le sue relazioni con gli altri, e non permettergli di realizzarne un millesimo? È come se si costruissero le fondamenta di una casa, con molte difficoltà e molta spesa, per poi lasciar andare tutto in rovina».

 

Fonte: Notizie Pro Vita & Famiglia, n.95

 
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