18/04/2015

Gli ideologi del gender confondono le idee, ma hanno idee molto confuse

La Redazione di UCCR on line, con lucida razionalità ci spiega perché le lobby LGBT sono impegnatissime a negare a tutti i costi l’esistenza dell’ideologia gender.

Accantonata in fretta la bufala dell’”emergenza omofobia” – martellata per mesi sui quotidiani – che caratterizzerebbe il nostro “cattolico” Paese tanto da necessitare una apposita legge (talmente urgente che il ddl Scalfarotto è stato dimenticato da tutti, senza problemi), il mondo Lgbt si è dato una nuova priorità: negare a tutti i costi l’esistenza della teoria del gender.

Bisogna dar loro atto che, effettivamente, non hanno mai definito le loro idee come una “teoria” vera e propria, tuttavia è legittimo parlarne in questi termini dato che quel che sostengono è ben definibile tramite due precisi convincimenti.

La prima affermazione della teoria del gender è che esisterebbe una sessualità specifica (o “dato biologico”) e un distinto genere (o “dato psicologico”). In sintetiche parole: si può essere maschi-uomini (o femmine-donne) in caso di coincidenza tra sesso biologico e genere (si parlerebbe in questo caso di cisgender, altro neologismo Lgbt per identificare il 99% della popolazione mondiale), così come si potrebbe essere maschi-donne (o femmine-uomo) nel caso in cui sesso biologico e genere non coincidano. Ovviamente è tutto presentato come “normale”, parola che fa sempre con insistenza capolino nella terminologia Lgbt.

La seconda affermazione della teoria del gender è che sarebbe possibile scegliere autonomamente il genere sessuale “preferito” (o “sentito”), ovviamente prescindendo dal dato biologico. Finora sarebbe stata la società a indirizzarci nei rispettivi generi sessuali facendoli forzatamente coincidere al dato biologico, d’ora in poi bisognerebbe invece prendere coscienza di ciò e far crescere i bambini “liberi” da questi “stereotipi” per dar loro la possibilità di decidere “liberamente” (altro termine abusato) attraverso un’educazione gender-neutral.

Come si evince chiaramente, entrambi i ragionamenti sono complessi sofismi complottisti e anti-fattuali, teorizzati a tavolino per legittimare sopratutto il transessualismo (sessualità mutevole), ovvero la liquidità sessuale in nome dell’utopica autonomia di scelta della propria identità sessuale (accompagnata o meno dal cambiamento chirurgico dell’aspetto esteriore).

Perché c’è necessità di questa ufficiale apologia? Perché la scienza medica ritiene questi convincimenti una patologia mentale definendo il transessualismo come “disturbo d’identità di genere” (DIG) nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM), spiegandolo come «il desiderio persistente verso le caratteristiche fisiche e ruoli sociali che connotano il sesso biologico opposto». Secondo il DSM, dunque, esiste solo il sesso biologico, come d’altra parte ognuno di noi sa di se stesso, mentre il desiderare altro da quel che naturalmente si è appare come sintomo di un disturbo più profondo.

Il mondo Lgbt (formato da diversi omosessuali e molti eterosessuali prestati alla causa), tuttavia, si è accorto che se la società identifica così chiaramente i loro convincimenti, riconducendoli ad una precisa “teoria”, diventa allora più difficile riuscire ad entrare nelle scuole e instillare queste idee nella futura società. Sopratutto se se ne sente parlare in modo tanto negativo dalla principale autorità morale, ovvero Papa Francesco che ha condannato, per l’ennesima volta, tale ideologia nell’udienza generale di ieri (mercoledì 15/4, N.d.R.). Di conseguenza, l’associazionismo omosessuale è corso ai ripari ed ecco così spiegato perché in queste ore si sta scatenando in questa direzione, sostenendo che tale teoria sarebbe stata inventata dal Vaticano, dagli ultrafanatici religiosi, dai fascisti, dai bigotti e da altri cattivoni.

La cosa più curiosa, tuttavia, è che queste persone mentre negano l’esistenza della teoria del gender ne definiscono contemporaneamente i contenuti. L’esempio più palese in queste ore è quello della filosofa Chiara Lalli, nostra vecchia conoscenza: da letterale tuttologa è passata a sostenere che l’anima non esiste, che l’istinto materno non è una naturale e innata competenza femminile, che in fondo abortire è bello, finendo col legittimare il “regalo di neonati” (pratica subdolamente chiamata “gestazione per altri”). L’impostazione ideologica la si capisce dunque immediatamente. Si è lanciata nella negazione della teoria del gender con un articolo dove ha ridicolizzato Papa Francesco, mostrando orgogliosa come la lobby Lgbt sia riuscita a far modificare gli articoli sulla spiegazione del gender sia del Corriere della Sera (guarda caso quotidiano con cui collabora) che de La Stampa.

I fatti sono stati commentati anche sul blog “Nelle note”. Più interessante un secondo articolo, molto confusionario e con pochissima sostanza (ma con moltissime citazioni di teologi e filosofi, così come di blog e siti web “clericali”), con il quale ha voluto spiegare che la teoria del gender è «un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito».

Peccato che, come abbiamo anticipato, la Lalli abbia descritto esattamente la teoria del gender -seppur senza chiamarla così- presentandola come fosse verità scientifica. La biologia, ha infatti sostenuto, non ci dividerebbe come maschio/femmina, «ma ci sono anche molte possibilità intermedie». Esse sarebbero l’ermafroditismo, la sindrome di Morris, la sindrome di Swyer, la sindrome di Turner e la sindrome di Klinefelter. Già, peccato che non sono affatto “possibilità intermedie” all’essere maschio/femmina, ma tutte patologie genetiche (come indica il termine “sindrome”) e, alcune, riguardanti il sistema riproduttivo di un maschio o di una femmina. Una patologia non è una possibilità intermedia, così come chi è affetto da sindrome di Down non è una possibilità alternativa di essere uomo.

Dopo questa prevedibile gaffe, nel tentativo di dimostrare che anche la sessualità biologica sarebbe fluida, la Lalli si è spesa nel cercare di teorizzare l’esistenza del genere sessuale distinto dalla sessualità biologica: «Si può essere di sesso M e avere una identità sessuale maschile oppure femminile (oppure ambigua, oscillante, cangiante). Nulla di tutto questo è intrinsecamente patologico o sbagliato e soprattutto ciò che è femminile e maschile è profondamente determinato culturalmente, tant’è che i ruoli maschili e femminili cambiano nel tempo e nello spazio». Dunque Chiara Lalli ha ben definito cosa sia la “teoria del gender”, seppur non voglia chiamarla teoria (dell’articolo tralasciamo le frasi a favore del relativismo accompagnati contraddittoriamente da aggettivi come “giusto” o “sbagliato”).

Ironia della sorte, tale spiegazione è coincidente a quella data da Benedetto XVI nel 2012, quando disse: «Il sesso, secondo la filosofia gender, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Adesso vale che non è stato Dio a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo».

Per un ulteriore approfondimento si può interrogare l’Enciclopedia Treccani la quale dà una definizione più precisa della teoria del gender: «La cultura del gender conduce all’idea che la differenza maschile-femminile non coincide necessariamente con la differenza maschio-femmina, poiché le caratteristiche di genere (o stereotipi) sarebbero frutto di una costruzione culturale. La contrapposizione tra sesso e genere segna il passaggio da una visione unitaria dell’identità sessuale dell’individuo – che, a partire dalla consapevolezza di una corporeità maschile o femminile, sviluppa gradualmente un’identità psichica definita (mascolinità o femminilità) – a una visione dualistica della sessualità, non solo distinguendo, bensì separando gli elementi biologici dell’identità sessuale (sesso) dal complesso di ruoli, funzioni e identità appresi e culturalmente strutturati (femminilità e mascolinità). Emerge così una concezione autonoma dell’appartenenza di genere, pensata come il risultato di una scelta culturale dell’individuo, distinta dalla propria corporeità».

Bludental

(...) «La prospettiva del gender mette così in discussione il fondamento biologico-naturale della differenza fra i sessi: femminilità, mascolinità, eterosessualità e maternità non vengono più considerati stati naturali, ma stati ‘culturali’, non definitivi e in alcun modo determinanti. In altre parole, l’uso del termine gender in luogo del termine sex dischiude la possibilità di non definire più la persona a partire dalla sua struttura biologica (corpo), potendosi viceversa definire in base alla sua ‘autocomprensione’ psico-sociale. Ne deriva che con l’identificazione esclusiva della persona come gender, piuttosto che come essere sessuato a partire da una corporeità, si giunge alla neutralizzazione dell’identità sessuata. La persona, così, non viene più valorizzata nella sua individualità sessuata, nel suo essere uomo o donna, bensì appiattita nell’ambito di un’indifferenza di gender, nella quale uomini e donne vengono percepiti come semplicemente ‘uguali’ e tutte le differenze biologiche, di ruolo, di caratteri vengono annullate, dimenticando il significato essenziale della bipolarità sessuale e la sua struttura oggettiva».

Si riconosce in questo l’origine del gender nell’ideologia comunista. Invece, «la realizzazione dell’identità sessuata dell’individuo, che si manifesta nel suo essere uomo o donna e che si esplicita nelle finalità stesse della sessualità (la riproduzione e la continuità intergenerazionale), presuppone necessariamente una dimensione corporea definita, sulla base della quale il soggetto possa sviluppare un’identità psichica, in grado di percepire il valore della diversità sessuale e di confrontarsi con essa». (...)

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