12/07/2016

Giovani “né né” e anziani “et et”. Che si fa?

I giovani sono vecchi dentro e gli anziani si credono eterni giovani. È questa una possibile sintesi della società in cui viviamo, oramai capovolta e apparentemente non più in grado di ritrovare la rotta.

A testimoniarlo sono alcuni recenti fatti di cronaca: da un lato l’aumento dei giovani “né né” (o “Neet”), dall’altra il preoccupante fenomeno – in aumento – di persone che diventano genitori a cinquanta, sessanta o settant’anni, usando tecniche le più disparate.

Partiamo dal primo fatto. Leggiamo sul Corriere della Sera che in Italiasempre in vetta alle classifiche europee, almeno quando non serve – 2,3 milioni di giovani tra i 15 e i 19 anni non fanno nulla: non studiano, non sono impegnati in corsi di formazione e non lavorano. Semplicemente vivacchiano, tirano a campare.

Questo fatto, lo chiariamo subito, non intende essere una presa di posizione contro i giovani d’oggi o non vuole mettere tutti i ragazzi sullo stesso piano: ce ne sono tanti anche di molto bravi e impegnati, disposti al sacrificio pur d’inseguire ideali grandi.

Tuttavia i numeri fanno riflettere: molti giovani non fanno nulla. Il che equivale a dire che hanno perso la speranza: sono vecchi dentro.

Questo “immanentismo esistenziale” – al di là dell’indole personale di ognuno – è di certo legato all’educazione ricevuta e al contesto sociale in cui si vive. Il coraggio di mettersi in movimento e di agire, essendo strettamente connesso alla speranza nel futuro, è inscindibile dagli ideali di Bellezza e di Bene in cui si viene educati e che si vedono, concretamente, attorno a sé.

Un’educazione dunque ad ampio spettro, che interessa la persona nella sua globalità e che, inevitabilmente, va ad intersecare la trascendenza. E tutto questo si realizza – torniamo sempre al solito punto – in famiglia. È in seno alla famiglia che si riceve la prima e più importante educazione valoriale e che s’impara a guardare la realtà nella sua globalità, fatta di criticità ma anche di aspetti positivi.

Quella famiglia che si vuole smantellare a tutti i costi. Con le unioni civili, con il divorzio express, con le convivenze oramai completamente sdoganate e anzi incentivate... ma anche con l’utero in affitto, con la fecondazione artificiale (che rischia di creare un grave vulnus nella coppia) e con logiche d’adozione deleterie, senza più vincoli di sorta.

Ma veniamo al secondo esempio che citavamo in apertura, anche questo d’attualità. Si tratta del caso della coppia di Mirabello, un paese alle porte di Casale Monferrato, che nel 2010 ha dato alla luce una bambina, quando lei aveva 57 anni e lui 69 (ma i nostri Lettori ricorderanno anche la notizia del nuovo record della mamma più vecchia del mondo). Nel  2013 la bambina era stata loro tolta, ma ora la Cassazione ha accolto il ricorso della coppia sostenendo che per la legge non ci sono limiti d’età per «chi intende generare un figlio».

Ed ecco evidente il paradosso da cui siamo partiti: giovani che sono vecchi dentro e anziani che pensano di essere eterni giovani. I primi, condannati a vivere senza speranza; i secondi, governati dalle logiche edonistiche tipiche dell’età infantile e adolescenziale, che pensano di poter fare quello che vogliono, quando vogliono (e di questa dittatura del “voglio” parlavamo qui).

Ecco a cosa ci ha portato la progressiva distruzione (o forse abolizione?) dei cosiddetti “principi non negoziabili”, ossia la vita, la famiglia e l’educazione.

«La Bellezza salverà il mondo», diceva Dostoevskij, legando questo concetto a doppio filo con il concetto di Bene, di Logos.

E per fare in modo che questo avvenga occorre ripartire dalla famiglia naturale, nucleo fondamentale in cui tutto ha un ordine e nella quale il bene e il bello possono veramente essere il pane quotidiano.

Teresa Moro


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