13/05/2022 di Luca Marcolivio

Gender e sesso a scuola. Parla una mamma: «Regole non rispettate da anni»

Il caso del corso di educazione sessuale promosso nella scuola primaria “Edmondo De Amicis” di Marano sul Panaro, nel modenese, si arricchisce di particolari che lasciano ancora più perplessi. Dopo le affermazioni del consigliere Simone Pelloni, che ha presentato un’interrogazione all’Unione Terre di Castelli, Pro Vita & Famiglia ha contattato N.N. mamma di un’alunna della quinta elementare dell’istituto “De Amicis”, coinvolta nell’iniziativa.

Un primo dato sconcertante riferito dalla signora N. è che, quando i genitori sono stati convocati in videocall su Meet, almeno quattro di loro, in più classi, non sono riusciti ad avere accesso alla riunione e non sono venuti a conoscenza dei contenuti del corso. Come già sanno i nostri lettori, il corso, in cui si parlava della possibilità di rispondere a domande su temi come la masturbazione, l’orgasmo, il sesso, la verginità, la bisessualità o l’identità di genere, era stato presentato sul consenso informato, in modo assai edulcorato, come corso sull’«affettività».

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«Tra l’altro, in questo istituto, il consenso informato è stato introdotto da fine 2018 – racconta la madre dell’alunna –. Già due anni fa, per un altro progetto, dovetti chiedere che ci consegnassero il programma scritto, altrimenti, un genitore è costretto a dare il consenso a scatola chiusa».

Quando poi, dal 20 aprile, alla signora N. e agli altri genitori delle quattro classi quinte elementari è stato consegnato il modulo del consenso informato, non era allegato nessun progetto. «Allora – prosegue la signora – ho richiesto che ci venisse fatto leggere il programma. Lo psicologo che se ne occupava mi ha chiesto di chiamarlo ma io non dovevo parlare con nessuno, volevo solo leggere il progetto per iscritto, prima di dare il consenso. Lui ha insistito a chiedere di farsi chiamare, allora ho dovuto mandare un’e-mail alla scuola, dicendo che erano obbligati per legge a illustrare tutto il progetto, facendo firmare il consenso informato. Chi non era presente alla riunione, aveva lo stesso diritto degli altri ad essere informato».

Il giorno dopo, sulla chat di classe, viene mandato un progetto di cinque pagine, mentre lo psicologo, da parte sua, afferma sul medesimo progetto di sentirsi «non in diritto ma in dovere di dire qualunque cosa ai bambini» sul gender, sugli altri argomenti menzionati, e su altri eventuali argomenti che dovessero emergere dalle domande dei bambini. «A questo punto – prosegue il racconto della signora N. - ho scritto nella chat di classe, dicendo che non ero d’accordo e che mia figlia non avrebbe mai partecipato a un corso del genere. Non ho consegnato il consenso informato, visto che noi genitori non siamo mai considerati, ci vedono soltanto come dei firmatari. Oltretutto, una volta letto il progetto, l’ho trovato terrificante ma la cosa peggiore è che la scuola non aveva ritenuto opportuno allegarlo al consenso, come invece avviene per tutti gli altri progetti di ampliamento dell'offerta formativa».

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N.N. ha dunque informato il consigliere Simone Pelloni, che, nella sua interrogazione, ha appreso non solo che l’Unione Terre di Castelli era al corrente dell’iniziativa ma che da anni la finanziava. Nel frattempo, la scuola pubblicava, in data 29 aprile 2022, il progetto. Dopodiché, soltanto alcuni giorni dopo – e a seguito delle denunce di Pro Vita & Famiglia e di notizie pubblicate dalla stampa locale – è stato pubblicata una versione ridotta a due pagine ed edulcorata rispetto a quello ormai noto.

«Voglio segnalare il comportamento ambiguo della scuola, che ha consegnato un progetto diverso da quello pubblicato sul sito in un secondo momento, tempistiche a parte», afferma ancora la signora N. «Sono anni che fanno quello che vogliono quindi non mi aspetto nulla da questo istituto, tranne che almeno le regole di base del consenso informato siano rispettate per tutte le proposte progettuali, non solo per alcune – conclude –. Se un genitore non legge quello che firma e non è interessato a porsi domande sul perché si debba parlare di identità di genere a una bambina di dieci-undici anni, non entro nel merito delle decisioni delle altre famiglie. Io ho la mia idea e la faccio valere sulla mia famiglia, poi, a casa sua, ognuno fa quello che vuole. Io sono responsabile di mia figlia, gli altri genitori dei loro. Però, auspico che la scuola smetta di usare due pesi e due misure, sottraendoci la possibilità di essere tutti egualmente informati, o presentandoci progetti che non corrispondono a quelli reali».

La madre dell’alunna della scuola “De Amicis” conclude dicendo: «Ritengo gravissimo che un dirigente o un responsabile di progetto non abbiano in mano le cose prima di proporle agli studenti o ai genitori. Però, quantomeno, ha fatto bene a chiarire e a rettificare che non erano argomenti adatti a una quinta elementare. Se la cosa, poi, farà aprire gli occhi a qualche genitore, per me sarà un valore aggiunto».

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