13/04/2015

Gender – distruzione: attraverso il linguaggio – (Parte prima)

Il linguaggio e la parola hanno un potere enorme: creativo e distruttivo. Per questo le ideologie creano la “neolingua”. Anche la destrutturazione operata dal gender passa attraverso le parole.

La destrutturazione linguistica è paravento per la negazione dell’altro-da-sé

Quando si crede di poter fare affidamento su una nuova lingua, inventata di sana pianta, per di più completamente distorta e destrutturante, oltre che scollegata dalla realtà, si decide implicitamente di correre dei rischi piuttosto seri. Il mondo reale non può adattarsi a significati che noi diamo alle espressioni linguistiche: casomai dovrebbero essere i termini utilizzati a dover aderire il più possibile all’evidenza dell’esperienza umana.

Dietro l’angolo, c’è sempre la psicosi ad aspettarci: chi crede che esista – realmente- un solo bambino con “due mamme”? o con “due papà”? A forza di ripeterlo, ormai sono in molti a considerare come un dato di fatto ciò che invece è l’impossibile.

Ma non si tratta solo di un piano logico-linguistico: il discorso è tutto ontologico e antropologico. Possono due enti reali essere identici? Per il principio degli indiscernibili, Leibniz ha già mostrato di no: non esistono due enti reali con le stesse identiche proprietà. Lo vieta anche uno dei principi basilari del corretto ragionamento umano, già noto fin dai tempi di Aristotele: “A è uguale ad A” e “A è diverso da B”. Eppure le declinazioni ideologiche degli “studi di genere” (che sono vere e proprie “teorie” sul genere) partono proprio dal presupposto implicito della negazione radicale di ogni identità.
Uomini e donne sarebbero del tutto equivalenti, le differenze tra maschile e femminile ricollegabili a mere stratificazioni culturali, con la conseguenza che i bambini possono essere tranquillamente inseriti in coppie dello stesso sesso senza subire alcun danno o svantaggio rispetto a chi cresce con un padre (maschio) e una madre (femmina).

Abbiamo già discusso, in via preliminare, la necessità di introdurre nel dibattito contemporaneo alcuni nuovi termini, come per esempio eterofobia, genofobia, paidofobia (quest’ultimo al posto di pedofobia per evitare assonanze e facili fraintendimenti), magari un po’ più radicati nella realtà di quanto non lo siano molti dei nuovi neologismi e delle nuove espressioni comuni che, volenti o non volenti, ormai siamo costretti ad utilizzare: come per esempio “famiglia omogenitoriale” o “due papà”, e così via. Non sarà il caso di soffermarsi diffusamente – per l’ennesima volta – sulle ragioni logiche e linguistiche in base alle quali “omogenitoriale” è un termine assurdo, intrinsecamente contraddittorio, che non trova corrispondenza nella realtà e che pertanto va rifiutato a priori, così come non esiste individuo umano con “due papà” o “due mamme”, etc.

Non c’è molto da dire: il mainstreaming ha largamente approfittato dell’inadeguatezza semantica del pubblico semicolto ed è così riuscito ad imporre un linguaggio completamente avulso dalla realtà, sul quale costruire e proporre modelli di grande presa e di grande impatto emotivo. Perché le cose stanno così: i cosiddetti “gender studies”, le poltiglie sociologiche che ci vengono spacciate come verità assoluta, di “scientifico” hanno ben poco e basta un’analisi minimamente sistematica per mostrare che si tratta di teorie campate in aria, senza il benché minimo riferimento al piano dell’evidenza. E, per di più, con effetti devastanti sul piano antropologico, etico e sociale. La loro straordinaria diffusione è provocata al loro impatto emotivo e alla loro capacità di far presa sulle ansie e sulle paure, oltre che sulle sofferenze (queste sì reali) di larga parte della società occidentale.

Abbiamo riflettuto anche sull’utilizzo degli slogan, ai quali andrebbero sempre contrapposti non altri slogan ma casomai analisi rigorose, basate sull’evidenza: anche se è chiaro che è molto difficile trovare in questo clima interlocutori disposti ad accettare che molte idee oggi socialmente condivise si basano su un’accettazione acritica – direi inconscia – di proposte emotivamente persuasive e non su un’analisi rigorosa dei fatti e delle conseguenze di ciò che si pretende.

Non c’è da stupirsi, in fondo, per la superficialità, il disinteresse, l’egoismo, e – aggiungo – per l’odio profondo con cui oggi vengono prese decisioni che comportano un dramma antropologico senza precedenti. E c’è da restare attoniti se si pensa che ad essere accusati di “odio” sono oggi proprio coloro che difendono il diritto del bambino, di ogni bambino, ad avere il proprio padre e la propria madre, come anche la Dichiarazione Universale dei diritti del bambino non manca di specificare, all’art. 7.

I cambiamenti in atto rivelano tutto il dramma di una rivoluzione antropologica devastante, che ha una tripla radice (culturale, economica, ideologica) ma si gioca interamente su un piano simbolico che sfugge oggi a gran parte delle persone. Piano simbolico-concettuale che è profondamente interrelato al piano linguistico.

Tra i tanti, era anche Ernst Cassirer a ricordarci che l’uomo è per l’appunto un animale simbolico: in “Filosofia delle forme simboliche” il grande studioso aveva mostrato come la funzione del linguaggio vada ben al di là dell’aspetto comunicativo e faccia invece da tramite fra l’ambito delle impressioni e quello dell’oggettivazione. Questo passaggio avviene grazie all’espressione simbolica: «Il simbolo non è il rivestimento meramente accidentale del pensiero, ma il suo organo necessario ed essenziale. Esso non serve soltanto allo scopo di comunicare un contenuto concettuale già bello e pronto ma è lo strumento in virtù del quale questo stesso contenuto si costituisce ed acquista la sua compiuta determinatezza. L’atto della determinazione concettuale di un contenuto procede di pari passo con l’atto del suo fissarsi in qualche simbolo caratteristico» (Filosofia delle forme simboliche, Introduzione).

Il linguaggio costruisce il mondo a cui l’uomo inconsapevolmente dà fede, ed essendo lo strumento simbolico per eccellenza, determina ciò che il mondo significa per tutti, che ne siamo consapevoli o meno. Quello che sta avvenendo in questi anni è quindi devastante proprio ed anzitutto sul piano simbolico e c’è da scommettere che le conseguenze non tarderanno a palesarsi, in modo tragico, e per tutti, nessuno escluso.

Se da un lato l’esistenza umana e la conoscenza sono storicamente condizionate dal linguaggio, dall’altro, è sempre e solo con il linguaggio che l’uomo può esprimere la verità e trascendere i condizionamenti storico-linguistici: la filosofia dell’unisex darà i suoi frutti, c’è da scommetterci, e li darà nel brevissimo periodo. Non può essere un caso che voci allarmate si levino anche tra esponenti di spicco del mondo ateo: penso al caso di Michel Onfray, che ha duramente criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole, sostenendo che sottragga spazio all’insegnamento della filosofia, della lingua e della matematica, considerandola una teoria fumosa e senza fondamento teorico e ribadendo giustamente che l’essere umano non è solo cultura, ma anche natura.

Ma che c’entrano l’inconscio, l’odio, con questo problema simbolico-relazionale di cui abbiamo prima accennato?
Ho già detto – purtroppo devo insistere – che si deve parlare di genofobia. E si deve ripetere, gridare se necessario, che la nostra è una civiltà profondamente genofobica: odia la vita, odia la generazione e la odia – beninteso – per lo più inconsciamente. Siamo spettatori atterriti di una profonda e inconscia avversione alla vita, all’avventura e al rischio dell’esistenza, che si protrae fino a negare il processo di generazione naturale per sostituirlo con la fabbricazione di individui.

Bludental

Il passo sarà completo – come ho già scritto altrove – quando la tecnica offrirà finalmente uteri artificiali. A questa profonda ed inconscia avversione per la vita si collega strettamente un’altra avversione: quella per l’alterità complementare. Per questo di deve parlare anche di eterofobia.

Ora, l’ansia di disperdere la propria individualità, di rinunciare al proprio io individuato – un malessere che dà origine sia alla genofobia che all’eterofobia – ha radici lontanissime. Per rintracciarle occorre risalire alle origini del pensiero occidentale: nei miti e nella visione gnostica dell’esistenza.

Quella che emerge dalla pseudo cultura che oggi rischia di diventare dominante è solo superficialmente una distrazione nei confronti della salvaguardia e della protezione della vita: l’ansia della liberazione dal male – e prima di tutto dal proprio male – genera invece un’avversione profondissima verso il corpo e verso l’alterità complementare che resta ancora dietro le quinte, fino a quando non si manifesta appunto come genofobia ed eterofobia. Ma occorrono dei passaggi per collegarla alle sue radici, che come abbiamo detto sono molteplici e variegate: una delle quali è senz’altro la gnosi e lo gnosticismo.

Ne parleremo domani.

Alessandro Benigni

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