24/09/2025 di Redazione

Fine Vita in Parlamento: a che punto siamo?

Dopo la pausa estiva, in Parlamento - e in particolare in Senato - si torna a parlare di fine vita, con il proseguio dell’iter del disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito. Si tratta, ormai lo sappiamo, di un passaggio delicato ma anche controverso per l’attuale legislatura a maggioranza centrodestra, soprattutto perché stiamo parlando di una legge che in realtà non solo non è utile e non serve, ma ha punti tutt’altro che condivisibili, spacciati per un fantomatico “male minore”. Ma a che punto è l’iter del ddl che si appresta a ripartire?

Il testo del Ddl

Innanzitutto giova ricordare che stiamo parlando di una proposta che intende intervenire sull’articolo 580 del Codice Penale, introducendo una non punibilità per chi agevola il suicidio di persone affette da patologie irreversibili e che dichiarino di vivere sofferenze ritenute “intollerabili”, a condizione che siano pienamente capaci di intendere e di volere. Il provvedimento nasce come risposta all’ormai nota sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019, che aveva stabilito la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in precise circostanze: malattia irreversibile, sofferenze insopportabili, capacità decisionale integra, l’essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale e soprattutto con verifica da parte del Servizio Sanitario Nazionale e del Comitato etico territorialmente competente. Ma depenalizzare un crimine non significa dare il diritto a commetterlo.

Il testo base adottato in estate ha scelto di percorrere in larga parte questa strada, prevedendo sì delle “tutele” alla vita - come il richiamo alle cure palliative e l’obbligo di un parere preliminare - ma sempre nell’ottica di agevolare, e non di diminuire, la possibilità di ricorrere al suicidio medicalmente assistito. Dietro la veste tecnica, il cuore del disegno di legge rimane dunque lo stesso e per questo irricevibile e da bocciare: trasformare l’eccezione individuata dalla Consulta in un meccanismo legale stabile, aprendo di fatto alla legalizzazione dell’aiuto a morire.

L’iter parlamentare

Dopo l’adozione del testo base il 2 luglio scorso, da parte delle Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali–Sanità del Senato, l’iter è proseguito a passo lento ma costante. Già in luglio era stato fissato un primo termine per la presentazione degli emendamenti, slittato poi a settembre con la ripresa dei lavori. Lo scorso 11 settembre i relatori Ignazio Zullo (FdI) e Pierantonio Zanettin (FI) hanno depositato ben 7 emendamenti, definendo ulteriormente l’architettura della legge. A metà mese si sono quindi riaperte le riunioni delle Commissioni competenti, mentre questa settimana è cruciale poiché ieri - 23 settembre - scadeva il termine per i sub-emendamenti (ovvero le proposta di modifica non direttamente al testo di legge, ma a un emendamento già presentato) e per domani, giovedì 25 settembre, è prevista una nuova seduta delle Commissioni riunite, (la II e la X, Giustizia e Sanità) in cui si tornerà a parlare delle proposte di modifica.

L’ultima novità: non più un Comitato ma un Centro di coordinamento

La novità più rilevante è stata introdotta proprio lo scorso 11 settembre e riguarda il superamento dell’idea di un unico comitato nazionale. Al suo posto, gli emendamenti dei relatori hanno previsto la nascita di un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali, organo incaricato di rilasciare il parere obbligatorio sulla sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità. Il Centro di coordinamento nazionale sarebbe così composto da figure specialistiche scelte ad hoc: un giurista (professore universitario o avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori), un bioeticista, un medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia del dolore, un medico specialista in cure palliative, un medico specialista in psichiatria, un medico specialista in medicina legale, uno psicologo, un infermiere, un farmacologo. Di conseguenza la procedura funzionerebbe così: il paziente presenta la domanda, corredata dalla documentazione clinica e dal parere del medico specialista della patologia principale. Il Centro acquisisce gli atti e in più un parere non vincolante del Comitato etico territoriale, che deve arrivare entro 60 giorni. Entro ulteriori 60 giorni, prorogabili di altri 30 per motivi documentati, il Centro può ordinare accertamenti supplementari o pronunciarsi collegialmente, rilasciando il parere obbligatorio finale. Infine, il giudice deve per forza tenere conto, appunto, del parere del Centro. In sostanza, dunque, sembra cambiare poco, visto che la decisione ultima - praticamente di vita o di morte - resta nelle mani di un unico organo centrale, con tempi potenzialmente lunghi ma soprattutto con discrezionalità significative.

Una legge irricevibile

Nonostante i ritocchi e le promesse di equilibrio, questo disegno di legge rimane intrinsecamente irricevibile, come Pro Vita & Famiglia afferma sin dall’inizio e come ha più volte denunciato anche con una Campagna nazionale e una petizione popolare. I motivi sono molteplici: la vita umana è inviolabile e dunque non è mai lecito sopprimere un innocente e un sofferente, né direttamente né indirettamente. Inoltre la logica che vede questa legge come una sorta di “male minore” è un inganno: innanzitutto, infatti, il vero male minor sarebbe quello di ridurre i suicidi e le richieste, non certo legalizzarli. Inoltre sappiamo bene che qualsiasi legge, anche la più errata o iniqua, finisce per avere un valore pedagogico e quindi persuadere i cittadini che sia addirittura giusto o auspicabile arrivare a quel determinato obiettivo, in questo caso il sucidio assistito. La conseguenza, dunque, sarebbe quella di aprire un tragico uno spiraglio che poi finisce per diventare una diga che inevitabilmente condurrà a derive eutanasiche sempre più estese, come confermano gli esempi drammatici di Stati come Canada o Olanda. Tutta la proposta, poi, perde di vista ciò che invece dovrebbe essere la sola e unica via da percorrere, quella delle cure palliativa che - di fatto - in Italia sono ancora altamente insufficienti. Prima anche solamente di discutere di aiutare a morire - il che resterebbe comunque umanamente sbagliato - bisognerebbe garantire concretamente la corretta e diffusa applicazione della Legge 38/2010, che prevede percorsi di cure palliative e terapie del dolore. In Italia, invece, restano ampie zone senza hospice, con carenza di medici specialisti, con assistenza domiciliare inadeguata, con la conseguenza che il rischio di abusi e derive - in caso di una legge sul suicidio assistito - sarebbe altissimo.

Un contesto così incerto e poco pronto a fornire un adeguato e dignitoso accompagnamento, che finirebbe per creare una vera e propria cultura della morte, dove fragili, anziani e sofferenti finirebbero per sentirsi un peso, addirittura per auto-convincersi che “togliersi di mezzo” sarebbe la cosa migliore da fare. Un concetto, questo, espresso tra l’altro anche dalla stessa Consulta che - in particolare con all’interno delle sentenze 135/2024 e 66/2025 - ha messo in guardia il legislatore dal rischio di abusi e pressioni sociali indirette su fragili, malati e anziani.

Ecco perché, invece, serve percorrere la via diametralmente opposta: quella di investire seriamente negli hospice, garantire un’efficace assistenza domiciliare, sostenere i caregiver familiari con incentivi concreti, rafforzare le cure palliative su tutto il territorio nazionale, perché va da sé che società civile degna di questo nome non consegna i suoi malati e fragili a un “permesso di morire”, ma li sostiene con amore, prossimità, mezzi e cure.

 

 

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