16/02/2016

Famiglia, risorsa per lo Stato, per la sostenibilità del welfare

Riteniamo necessario ribadire un dato fondamentale che nel dibattito sulle unioni civili, il matrimonio gay e il ddl Cirinnà, viene trascurato o trattato molto superficialmente.

La famiglia, quella vera, quella atta alla procreazione e alla cura delle nuove generazioni, serve allo Stato dal punto di vista economico e sociale.

Le altre “formazioni sociali” possono e devono essere rispettate, laddove in esse “si svolga la personalità” dei componenti, ma da un punto di vista strettamente economico non hanno la stessa rilevanza della famiglia, e perciò non meriterebbero la stessa tutela e le stesse prerogative.

Scriveva Michael Galster sulla nostra Notizie ProVita dell’ottobre scorso: “Nello Stato sociale, le generazioni attive pagano la previdenza (pensione e sanità) alle generazioni anziane. La sostenibilità dello stato sociale dipende quindi dall’equilibrio intergenerazionale, demografico”.

“Oggi, il costo della nuova generazione, cioè dei figli, è prevalentemente a carico delle famiglie. I benefici dei figli invece, ossia la loro capacità di mantenere le generazioni anziane attraverso i contributi previdenziali e le tasse, vanno a tutti.

Allora è nell’interesse dello Stato sociale riservare un trattamento distinto alla famiglia, cioè a quella formazione sociale in grado di procreare: infatti, gli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, sono stati approvati anche dalla sinistra comunista, oltre che dall’ala riformista dell’epoca”.

“Il trattamento “privilegiato” della famiglia, richiesto dalla Costituzione, ha come primario obiettivo la tutela dei più deboli, dei bambini, e, in una prospettiva politico-economica di medio-lungo termine, la sostenibilità del welfare, che presuppone equilibrio demografico.

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Questo tema è stato approfondito nel numero dello scorso ottobre 2015 della rivista mensile Notizie ProVita

Non è vero, perciò, che “il matrimonio gay o le unioni civili non tolgono niente alla famiglia”.

“Ovviamente per lo Stato è meno oneroso essere custode “dell’amore” dei suoi cittadini piuttosto che essere custode delle future generazioni e garante della sostenibilità dello Stato sociale. Se la reversibilità della pensione e altri benefici (per esempio il contributo all’acquisto della prima casa) sono motivati soltanto con la cura che i coniugi si prestano vicendevolmente e non più con gli oneri di cura della futura generazione, questi stessi trasferimenti perdono la loro legittimazione: le future finanziarie decurteranno ulteriormente i trasferimenti alla famiglia, tra cui in primo luogo la pensione di vedovanza. Infatti, la discussione tra i costituzionalisti sulla legittimità della reversibilità della pensione, così come degli altri trasferimenti alle coppie sposate, in alcuni di quei paesi (come la Germania) che hanno già provveduto all’equiparazione della famiglia generativa a quelle formazioni sociali a priori non feconde, è già in pieno corso”.

Il nostro collaboratore ci aveva visto giusto: in questi giorni già preparano alla Camera una legge delega che derubrica la reversibilità da “previdenza sociale” ad “assistenza sociale” (derubando tra l’altro il lavoratore di parte dei contributi versati durante tutto l’arco della vita lavorativa), togliendo di fatto la pensione ai vedovi e soprattutto alle vedove.

Prosegue Galster: “I fautori del pari trattamento della relazione tra due persone di uguale sesso e di differente sesso, chiedono la reversibilità della pensione anche per le coppie omosessuali, motivando tale posizione con il fatto della mutua assistenza tra i partner, mentre in realtà la “giustificazione” della reversibilità della pensione è basata sul carattere “intergenerazionale” della famiglia e sul carattere generativo della coppia uomo donna”.

“Non c’è nel modo più assoluto necessità di deregolare il diritto di famiglia e di equiparare ciò che dal punto di vista della sua rilevanza sociale uguale non è”.

Redazione

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