14/07/2019

Ex dipendenti di cliniche abortiste: negli USA è boom

Negli Usa ci hanno fatto addirittura un sito dove si raccolgono iniziative, preghiere e testimonianze e si sostengono le scelte di lavoratrici e lavoratori che lasciano le cliniche abortive. Se qualcuno, seguendo la vulgata dei mass media, cercasse frasi, commenti o dichiarazioni offensive, insultanti e indegne contro queste persone, troverebbe l’esatto contrario. Incoraggiamento, aiuto e compassione.

I film recentemente usciti negli Usa, Unplanned e Gosnell sono state le gocce che hanno fatto traboccare il vaso del dissenso tra gli operatori delle cliniche abortive negli Usa, moltissimi dei quali hanno preso esatta coscienza dei trattamenti e delle situazioni che avvenivano in esse. Unplanned racconta la storia di Abby Johnson, giovane direttrice di una delle cliniche di Planned Parenthood che un giorno decide di andare contro tutto ciò in cui credeva e di schierarsi in favore del movimento pro life: uscito nella primavera di quest’anno, ha fatto incassi stratosferici, incassando nelle prime 8 settimane di programmazione 18,1 milioni di dollari e 6,1 milioni di dollari solo nel primo weekend. Il libro che racconta l’esperienza e da cui è tratto il film è edito in Italia nella Collana Novae Terrae dall’editore Rubbettino, col titolo Scartati, un racconto sconvolgente ed entusiasmante.

Gosnell, uscito nell’ottobre scorso nelle sale Usa, racconta la storia vera del dott. Kermitt Gosnell, condannato all’ergastolo nel maggio 2013 per l’omicidio di tre bambini nati vivi dopo il fallito aborto e per l’omicidio colposo di Karnamaya Mongar, una quarantunenne morta nel 2009 in conseguenza di una procedura abortiva, nonché per una serie di altri crimini. Gosnell era divenuto un esperto di aborti a nascita parziale, praticati estraendo tutto il corpo del nascituro a eccezione della testa, e si serviva di una tecnica che chiamava snipping (dal verbo inglese to snip, «tagliare»): usava cioè delle forbici per recidere all’altezza del collo la colonna vertebrale del bambino ancora vivo, completando poi la procedura di espulsione della creaturina. Questa barbarie si sarebbe ripetuta, stando alle testimonianze dei suoi dipendenti, per «centinaia di volte»; ma solo in tre casi, come detto, si sono trovate le prove tangibili (cioè resti di bambini abortiti tra la ventottesima e la trentaduesima settimana di gravidanza) per incriminare il dottore.

I due film non sono ancora doppiati in italiano ma negli Usa si moltiplicano le notizie su medici, assistenti e dipendenti di varie cliniche per aborto che lasciano il proprio lavoro. Le testimonianze si moltiplicano a centinaia, si va da Rita, che assisteva psicologicamente le donne prima che avessero l’aborto («Non ho mai riconosciuto quanto la mia opera fosse un po’ invadente e unilaterale finché non sono rimasta incinta e volevo un figlio. Tutti intorno a me erano così critici della mia gravidanza. Mi resi conto allora che io stessa ero stata aggressiva allo stesso modo verso ogni donna incinta che era entrata nella nostra clinica. È quasi come se avessimo bisogno che esse abortissero così da poterci sentire meglio con i nostri aborti. Ero troppo impegnata a giustificare ciò che avevo fatto per essere consapevole del fatto che ne avevo sofferto») ad Annette, che ha lavorato a Planned ParenthoodMolte donne rimangono intrappolate lavorando lì. Hanno bisogno di soldi. Molte donne sono mamme single. Dopo essere stata lì per alcuni mesi ho capito che non era quello che volevo fare. Ho iniziato a diventare una persona scura, piena di umorismo nero, spesso depressa. Era un ambiente buio. Ho dovuto aiutare a scegliere le parti del corpo fetali da cedere per la ricerca. Quando l’ho fatto, mi sono resa conto che parlavamo e agivamo sui resti di un bambino. Che cosa sto facendo?»).

Persone che per varie ragioni sono stete rese consapevoli di ciò che stavano compiendo: l’omicidio di un innocente. Il sito abortionworker.com nella sezione testimonials o testimonianze include molti racconti di queste donne e uomini, svegliati dalla morte e toccati dalla vita. Nessuno stigma nei loro confronti, ma grande gioia perché hanno consentito alla grazia di penetrare nei loro cuori e infonder loro il coraggio di cambiare. I sicari possono cambiare, ciascuno di noi, ogni nostra preghiera e iniziativa può essere un umile strumento per la loro redenzione.

Luca Volontè

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