06/06/2019

Contro l’eutanasia anche gli scienziati, i medici e... la realtà

Contro l’eutanasia, la speranza più grande è riposta nella scienza. Lo scorso mese, ben due casi sono balzati all’onore delle cronache in due città del Nord. Ai primi di maggio, presso l’Ospedale Gaslini di Savona, Musa, un quindicenne albanese, si è “risvegliato” dallo stato vegetativo in cui era caduto nell’agosto 2018, dopo essere annegato nel lago di Scutari. Lo scorso dicembre, i familiari, grazie a una raccolta fondi promossa dall’emittente News 24 Albania, erano riusciti a traferire il giovane al Gaslini, dove il lavoro congiunto delle équipe di Gastroenterologia, Riabilitazione, Chirurgia e Ortopedia ha portato all’insperato risultato.

Giunto al Gaslini, in stato di grave disfagia, doppia emiparesi, blocco delle articolazioni e insufficienza renale, Musa è stato gradualmente stabilizzato dal personale medico, che è riuscito nuovamente ad alimentarlo per via orale. In questo modo il ragazzo ha ripreso 12 kg di peso e 12 cm di altezza. «Un percorso lento e difficoltoso, che alla fine ha prodotto il risultato sperato, con grande gioia e partecipazione di tutto il reparto, che si è affezionato moltissimo a Musa», ha dichiarato a La Stampa, Paolo Gandullia, direttore dell’Uoc Gastroenterologia del Gaslini. Progressivamente, il giovane paziente albanese ha raggiunto una condizione di coscienza minima, recuperando anche le capacità motorie, per poi tornare a camminare. «Oggi pur con qualche problema di memoria, è in grado di comunicare in albanese con i familiari e anche un poco in italiano con gli operatori, di camminare con sicurezza e di alimentarsi in autonomia», ha spiegato a La Stampa il professor Paolo Moretti, direttore dell’Uoc Medicina fisica e Riabilitazione del Gaslini. «Proseguirà il trattamento riabilitativo per migliorare l’orientamento, la memoria, e per recuperare, dopo l’intervento, una parziale funzionalità all’arto superiore destro».

Ancora più clamoroso, il caso di Lorenzo, diciassettenne vittima di un incidente stradale a Verona lo scorso dicembre. I medici non avevano dato nessuna speranza ai genitori: i danni cerebrali e respiratori sembravano irreversibili e il ragazzo, per mesi, era rimasto in coma profondo. A maggio, non solo Lorenzo si è risvegliato, aprendo gli occhi e muovendo le articolazioni, ma, in seguito, è anche tornato a scuola. Una guarigione che, secondo i medici, ha dell’inspiegabile. Loro stessi stavano per staccare le macchine, quando il miracolo è avvenuto.

Conoscere fino in fondo – come medici, come pazienti o come parenti – la realtà del coma, delle malattie gravi e degli stati vegetativi, induce spesso forti riflessioni la cui conclusione generalmente è: diamo una chance alla vita.

Tra i medici pro life italiani, spicca Silvana De Mari, secondo la quale la percentuale più o meno alta di favorevoli all’eutanasia è pesantemente condizionata dalla disinformazione, in particolare riguardo alla modalità tutt’altro che “dolce”, con cui i pazienti vengono fatti morire. «Sono assolutamente certa che, nella misura in cui noi mostrassimo agli italiani le fotografie di qualcuno che sta morendo di disidratazione, i contrari salirebbero al 98%», ha dichiarato qualche tempo fa la De Mari a Pro Vita.

Da parte sua, il presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, Filippo Maria Boscia, ha affermato che «se i medici saranno capaci di stare vicini ai loro malati, di dosare con precisione i medicamenti anestetici e di sedare il dolore, le domande di eutanasia non ci saranno più». Pertanto quella che il paziente formula come una «domanda di morte», nella stragrande maggioranza dei casi, va interpretata come il «frutto di un momento di grave angoscia» o anche come «una richiesta d’amore».

Mentre è ancora choc per il caso della diciassettenne olandese Noa Pothoven, che ha optato per l’eutanasia per pura depressione, è proprio dall’Olanda – primo Paese al mondo ad aver sdoganato la “dolce morte” in questo secolo – che arrivano i primi casi di “pentiti dell’eutanasia”. Da alcuni anni circola la testimonianza di Theo Boer, medico che, non solo ha applicato a lungo i protocolli eutanasici, ma ha anche fatto parte della Commissione di controllo per la corretta esecuzione della legge olandese sull’eutanasia.

In un’intervista a Tempi del 2015, il dottor Boer spiegò che il dibattito, iniziato alla fine degli anni ’60 e concretizzatosi nell’approvazione della legge del 2001, si era sviluppato intorno ai concetti di «pietà», di «autonomia» e di «libertà individuale». La prudenza suggerì ai promotori del disegno di legge di mettere a punto una serie di paletti: il paziente doveva essere «capace di intendere e volere» e la sofferenza «insopportabile e senza prospettive di miglioramento»; inoltre, doveva essere provata l’impossibilità di cure alternative e andava comunque «consultato un secondo medico». Tutti parametri ampiamente scavalcati, se si pensa che in Olanda il numero di pazienti “eutanasizzati” è passato dai 1800 dei primi anni ai 5500 di oggi e che «molti altri tipi di sofferenza, soprattutto esistenziale, sociale e psichiatrica, sono diventati motivo sufficienti per richiedere l’eutanasia». È in particolare il criterio di «sofferenza insopportabile» a risultare molto vago e ad essere equivocamente interpretato: «Stando letteralmente alla legge non devi essere nemmeno malato», fa notare Boer.

«Sempre più spesso la morte», prosegue, «è contemplata come l’ultimo rimedio a qualsiasi forma di sofferenza grave, fisica, psicologica, sociale o spirituale». Secondo il medico olandese, è illusorio pensare che l’«eutanasia possa essere oggetto di una decisione “autonoma”». «È autonoma tanto quanto il voto per un dittatore», ha commentato. Boer ritiene l’eutanasia come il frutto di un «conflitto intergenerazionale», in forza del quale molti figli adulti non sono in grado di offrire ai genitori anziani o malati «tutte le cure e le attenzioni di cui hanno bisogno». Per molti, l’eutanasia viene vista come la «migliore soluzione» al problema della solitudine, aggiunge Boer, concludendo: «L’omicidio di una persona ha conseguenze anche sulla vita degli altri! La morte assistita può spingere altri a richiederla. La sola offerta dell’eutanasia crea la sua domanda».

Luca Marcolivio

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