22/03/2020

Eutanasia, un affare sulla pelle di chi soffre

«Counting the cost of denying assisted dying» è lo studio pubblicato da David Shaw dell’Università di Basilea, in Svizzera, e Alec Morton, dell’Università di Strathclyde, su Clinical Ethics.

In breve, come spiega La Nuova Bussola Quotidiana, secondo i due studiosi la morte su richiesta sarebbe vantaggiosa per tre motivi: essa consentirebbe la liberazione dalle sofferenze a chi vi fa ricorso, un risparmio nei costi delle cure (i cui soldi potrebbero essere reinvestiti in chi vuol vivere) e una maggiore disponibilità di organi per trapianti.

Peccato che questo tentativo di mostrare la “bontà” dell’eutanasia sia facilmente smontabile. L’eutanasia, infatti, non elimina le sofferenze, ma il sofferente. Quanto poi al mostrare i vantaggi della “dolce morte” presentandone i risvolti economici, non sarebbe affatto la prima volta che accade: «Pensiamo ad uno studio uscito nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal con il quale gli autori stimavano in 138 milioni di dollari annui il risparmio cui, a regime, potrebbe portare l’eutanasia».

Ma vediamo cosa diceva a riguardo il programma di eutanasia nazista “Aktion T4”. «La maggior parte di coloro con malattie e deficienze genetiche sono completamente incapaci di sopravvivere da soli. Non possono badare a sé stessi ma devono essere presi in cura dalle istituzioni. Ciò costa allo stato enormi somme ogni anno. Il costo di cura per una persona geneticamente malata è otto volte superiore rispetto a quello di una persona normale. Un bambino che è un idiota costa quanto quattro o cinque bambini [sani]. Il costo per otto anni di istruzione normale è di circa 1.000 marchi. L'istruzione di un bambino sordo costa circa 20.000 marchi. In tutto il Reich tedesco spende circa 1.2 miliardi di marchi ogni anno per la cura ed il trattamento [medico] di cittadini con malattie genetiche», leggiamo nel German Propaganda Archive della Calvin University.

Insomma, il malato, il disabile, il sofferente, non è più considerato una persona, ma un peso sociale, un costo inutile. L’essere umano inizia a valere qualcosa solo finché è in qualche modo produttivo, dopodiché le sue parti “non andate a male” vengono usate come «pezzi di ricambio» per altri individui.

Ci rendiamo conto che l’apertura all’eutanasia annuncia la fine della civiltà?

 

di Luca Scalise

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