Eutanasia, parla Pillon: «Il diritto alla vita è un faro della nostra civiltà. Il buon senso diventerà illecito»

Il tema dell’eutanasia e del fine vita continua a tenere banco nella scena politica italiana, in particolare con l’avvicinarsi della fatidica data del 24 settembre, ultimatum sancito dalla Corte Costituzionale al Parlamento per pronunciarsi sulla questione. Una battaglia non solo politica ma anche sociale e culturale. Pro Vita & Famiglia ha incontrato e intervistato il senatore della Lega Simone Pillon, avvocato e cattolico, che ha spiegato i suoi timori e le sue speranze.

 

Senatore, dopo le parole pronunciate da Conte sul tema del fine vita, quale impressione ne ha ricavato?

«Onestamente non mi sono sembrate parole di speranza, perché c’era da una parte la volontà di scaricare la patata bollente nelle mani del Parlamento e dall’altra non ha prospettato alcuna soluzione seria dell’impasse vero cui ci stiamo dirigendo. Unica cosa seria da fare in questo momento sarebbe che i vertici delle istituzioni facessero adeguate pressioni alla Corte Costituzionale, in modo assolutamente formale ma convincente, per chiedere un rinvio della decisione. Dopodiché il Parlamento con serietà e serenità, lasciando fuori dalla porta ogni impostazione ideologica, dovrebbe provvedere a dare una risposta alla questione, tenendo presente l’inalienabile diritto alla vita che deve essere il faro della nostra civiltà».

Un appello da giurista ad un altro giurista, ovvero al premier Conte…

«Se davvero Conte volesse dare un seguito alle sue parole, la prima cosa che dovrebbe fare sarebbe quella, da Presidente del Consiglio, di chiedere alla Corte Costituzionale un rinvio della decisione».

La depenalizzazione dell’articolo 580 del codice penale cosa comporterebbe in termini pratici?

«Si arriverà al suicidio di Stato. Buon senso vuole che se io vedo una persona che chiede di essere aiutata a morire, io non la aiuti in questo. Io mi impegnerei a rimuovere le cause di quella richiesta. Ma tutto questo diventerebbe una condotta illecita, ossia andare a prendere per le gambe una persona che cerca di buttarsi giù da un ponte e salvargli la vita significherebbe esporsi ad un procedimento penale con richiesta di risarcimento danni o addirittura con un processo per violenza privata. Siamo davvero all’assurdo. La vita deve essere salvata sempre. Se una persona invoca il suicidio è perché ha dei problemi o sofferenze che devono essere risolti e una società civile è deputata a fare questo. Se poi quei problemi hanno a che fare con il dolore, con l’abbandono terapeutico o altro, lo Stato deve intervenire con terapie palliative serie, terapie anti-dolore serie e soprattutto affinché si riprenda un trattamento di cura che evidentemente era stato interrotto. Non dimentichiamoci che la parola curare significa sia prendersi cura, sia proporre una terapia. Anche quando nessuna terapia è più possibile, è comunque possibile prendersi cura di chi soffre. È un qualcosa che tocca tutti perché penso che ciascuno di noi abbia vissuto almeno una volta nella vita l’esperienza di assistere una persona cara malata. Finché c’è la vicinanza umana non viene richiesta l’eutanasia. Quando viene chiesta è perché la vita viene letta come impossibile da vivere, in una situazione di totale abbandono e di totale solitudine. Questo è il vero terreno sul quale, come politica, dobbiamo confrontarci. Quindi occorre adoperarsi su come non far mai più sentire nessuno solo».

 

di Marta Moriconi

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