08/08/2017

Eutanasia – “Libertà” di morire con “dignità”?

Chi invoca l’eutanasia come un atto di libertà e della dignità dell’individuo prende la strada che porta alla negazione della dignità e della libertà del singolo.

L’eutanasia nega la dignità dell’uomo

L’edonismo e il materialismo che permeano la cultura attuale ci portano a ritenere che una vita degna di essere vissuta sia unicamente quella in cui il dolore e la sofferenza vengono espunte dall’orizzonte umano.

Quasi come se non appartenessero all’essere-uomo, quasi come se fosse davvero reale, quindi umana, quindi dignitosa, solo una vita priva di sofferenze.

Siamo del resto nell’era del performante: l’uomo viene assimilato ad un motore meccanico e, se non funziona più a dovere, perde con ciò stesso la sua dignità. Dunque uccidere o lasciar morire diventa paradossalmente un atto caritatevole: la vita umana ha valore e dignità solo se è piacevole, gradevole, soddisfacente. Si aiuta il prossimo – che non rientra nei canoni – a sparire in fretta: vedere una persona soffrire atrocemente è disonorevole, per il soggetto in questione, per i familiari, per la società intera. Meglio uccidere o lasciar morire l’individuo di fame e di sete.

Da un lato è ovvio che, certamente, le sofferenze vanno lenite, curate, alleviate per quanto possibile. Non è che si debba cercare il dolore in quanto tale, o evitare di combatterlo.

Ma dall’altro non si può pretendere di considerare non umane le sofferenze, quali che siano: dimentichiamo che proprio la sofferenza ed il senso che le viene conferito è uno degli elementi che stabiliscono e rendono salda l’ontologia della persona.

Pretendere di annullare l’esperienza del dolore, a tutti i suoi livelli, è un sintomo di una malattia ben più grave di quella fisica. Il suo nome è volontà di potenza. Una apparente volontà di vita che si afferma al di là e al di sopra di tutto il resto, anche a costo di perdere la propria umanità e di tradursi inevitabilmente nel suo opposto, in una volontà mortifera che annulla se stessa.

Il rifiuto della debolezza umana, della finitudine, dell’esperienza del dolore e della malattia nascondono in fondo il desiderio dell’uomo di essere Dio.

Per questa visione nichilista della vita ogni uomo deve poter afferma- re la sua volontà, il resto non conta. Ma su questa strada ben presto si realizza che alla fine non conta più nulla: non contano gli altri, non conta la vita, non conta nemmeno il soggetto che decide. Il singolo deve poter continuamente aggiornare il suo punto di vista e mai fissarsi su alcuna verità: è questa la condizione antropologica, lo spazio morale che rende prima pensabile e poi possibile il suicidio, il lasciar morire, l’uccidere.

L’eutanasia in realtà è l’esatto opposto di ciò che vorrebbero farci credere: è la maschera di una radicale negazione della libertà e della dignità della persona umana. Il nichilismo che fonda l’idea di eutanasia (la vita umana non ha in sé un valore oggettivo in quanto il suo valore e la sua dignità vengono stabiliti di volta in volta dal soggetto, che può anche dire che ad un certo punto la vita non conta più niente, nihil, e va pertanto eliminata) preclude ad una conseguente negazione del valore della vita e quindi della libertà e della dignità dell’uomo che da questa, non di- mentichiamolo, dipendono. Libertà di coscienza e di auto-determina- zione finiscono col tradursi nel loro opposto, in un atteggiamento mortifero che priva la vita umana di un suo valore sacro e, sotto la spinta della volontà di potenza, di fatto la rende passibile di valutazione e di giudizio: dicono ora da parte del singolo individuo, ma già sappiamo che – dove è stata introdotta per legge – sono spesso altri a deci- dere sull’eutanasia, per tutti.

L’eutanasia nega la libertà dell’uomo

La decisione del singolo circa il fine vita diventa un vincolo e il voler eliminare ogni sofferenza dell’orizzonte umano apre le porte ad un mondo in cui nessuno sa più dare senso alla sofferenza, alla lotta, alla vita stessa. Ad un mondo in cui inevitabilmente saranno altri a decidere chi deve vivere e chi invece deve morire.

Mentre si afferma genericamente che lo Stato non deve sostituirsi alla coscienza morale di ogni persona, dall’altra parte si sostiene che si deve permettere ad ogni indivi- duo di esercitare la propria volontà suprema nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo per gli altri. Eppure, lo spazio morale in cui il singolo agisce è sempre socialmente condiviso, è sempre uno spazio relazionale, di cui le leggi dello Stato dovrebbero essere prin- cipi normativi: come si può pensare che l’affermazione di una mentalità così radicalmente nichilista non sia lesiva per tutti? Se per legge la vita non è più sempre sacra e sempre inviolabile, non lo sarà più nemmeno la mia.

Inoltre, la bontà di un principio etico si valuta anche in fase di applicazione, prendendo in esame le sue conseguenze, possibili e reali.

Nel principio dell’eutanasia per tutti già dal punto di vista pratico sorgono problemi allarmanti. Sempre ammesso che in nome di questa presunta libertà non si decida una “dolce morte per tutti” (è lecito infatti temere che per questa via si arrivi anche questo) ai cittadini dovrà essere accordato di manifestare liberamente il proprio consenso a tale pratica: nel “testamento biologico”. Ma un testamento non è un atto giuridico definitivo: si può fare, disfare, cambiare cento volte.

Nel caso del testamento biologico, però, come essere sicuri che le ultime volontà registrate e sottoscritte dal soggetto siano quelle effettive al momento dell’applicazione? Non è paradossale che in nome della libertà, l’individuo non possa più cambiare idea e la sua volontà sia di fatto negata? Nell’ultimo istante si può decidere di cambiare idea? E se poi si perde coscienza? Come sapere quali sono le vere “ultime” volontà di ciascuno?

D’altra parte, anche nel caso del suicidio autonomo volontario è possibile cambiare idea proprio all’ultimo istante: posso stare sul cornicione anche una notte intera e poi decidere di scendere. Non sono obbligato a gettarmi nel vuoto finché non mi lascio andare. È questa la libertà: quella che si prolunga dalla decisione volontaria fino al momento in cui davvero si realizza l’azione. Fino all’ultimo, appunto in nome della libertà, dovrebbe essere garantita a ciascun individuo la pos- sibilità di cambiare idea, di scendere da quel cornicione, e non dargli una spintarella tenendo in mano un testamento redatto magari anni prima.

La verità è che l’eutanasia nega precisamente quello che vorrebbe garantire: la libertà dell’individuo e quindi la dignità ad essa correlata.

Alcuni pensano che sia proprio la morte, quest’ultima possibilità autentica, quella che Heidegger definisce “un’imminenza che ci sovrasta”, a dare senso a tutta l’esistenza umana. La morte, scrive Heidegger, “è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé”. In questo senso il testamento biologico indica l’inautenticità di una scelta demandata ad altri, deprivandosi della propria libertà, anche di cambiare idea, una scelta che non sceglie.

Nessuno ha il diritto di stabilire il valore degli ultimi istanti (giorni, ore, minuti?) di una persona. Nessuno è in grado di sapere che cosa penserà tra un mese, tra una settimana, domani.

Alessandro Benigni

Fonte: Notizie ProVita, marzo 2015, pp. 12-13


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