20/11/2015

Eutanasia: istigazione al suicidio per disabili e anziani

In Olanda il partito pro eutanasia, NVVE, ha riproposto – come già aveva fatto negli anni ’90 – la fornitura gratuita, in farmacia, di una pillola per morire per tutte le persone che abbiano compiuto 70 anni che ne facciano richiesta, a prescindere dall’essere affetti da patologie fisiche o mentali (ce ne informa Leone Grotti su Tempi).

Il NVVE ne discuterà con le autorità competenti, per far sì che la regolamentazione sia tale da evitare “abusi” o che venga usata per “suicidi” .  Potere della neolingua: come si chiameranno – se non “suicidi” –  quelli che si procurano il veleno in farmacia e se lo ingurgitano?

Alla luce di notizie come questa è ancor più toccante l’articolo scritto da una disabile, e pubblicato da LifeNews, che dichiara di non sentirsi al sicuro in una società dove la cultura della morte si propaga tanto facilmente.

Stephanie Woodward è nata con una disabilità fisica, e sa fin troppo bene come la stragrande maggioranza delle persone ritengano che i disabili vadano accuditi fino al punto che le decisioni debbano prenderle altri per loro.

Sono infinite le tattiche utilizzate per costringere le persone disabili a fare ciò che qualcun altro pensa (a volte anche in buona fede) sia bene per loro: Stephanie le ha subite in prima persona, da quando è nata.

E’ anche ben conscia che molti ritengono la disabilità una tragedia, non solo per la persona e la famiglia, ma anche per la società: in ultima analisi gli handicappati sono uno spreco di risorse e un peso per tutti. Ci vuole “coraggio” per vivere con un disabile.

I disabili quindi sono spesso considerati incapaci di prendere decisioni. E quando lo fanno le loro decisioni non sono degne di rispetto. Tuttavia, quando una persona disabile annuncia di voler morire, allora sì, la sua volontà viene presa in considerazione, messa al centro dell’attenzione, riceve magari anche clamore mediatico. Allora sì che va rispettata!

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Di fronte alla la storia di Sara Myers, per esempio, Stephanie si sente chiamata in causa. La Myers ha il morbo di Lou Gehrig. E’ ridotta alla sedia a rotelle e ad aver bisogno di assistenza per fare la doccia o andare in bagno: questi sarebbero validi motivi per concederle il suicidio assistito, visto che la sua vita è diventata “indegna di essere vissuta”. Dovrebbe essere disponibile per lei. Clamore mediatico, negli USA.

Scrive Stephanie: “Anche io uso una sedia a rotelle e ho bisogno di assistenza sia per la doccia che per andare in bagno, da tutta la vita. E mi aspetto che avrò sempre più bisogno di assistenza man mano che invecchio. Lo prendo molto personalmente quando sento i media e la società che dicono che questi sono motivi validi per voler morire“.

Nota la scrittrice che la legalizzazione del suicidio assistito ha un impatto sproporzionato sui disabili.  Senza contare che le leggi in materia prestano il fianco a facili interpretazioni estensive e – in ultima analisi – consentiranno anche abusi, soprattutto nei confronti di anziani e disabili, che potranno facilmente essere tolti di mezzo da persone che resteranno per sempre impunite (o addirittura saranno encomiate, per aver posto fine alla loro sofferenza e aver fatto il bene della società).

Gli abusi di cui parla Stephanie non sono solo teorici, ma in pratica avvengono sistematicamente nei Paesi dove l’eutanasia è legale (Belgio e Olanda tra i primi). In Oregon, per esempio c’è stato il caso di Kate Cheney, una donna di 85 anni: la figlia l’ha portata dal medico per ottenere la prescrizione del veleno. Di fronte al rifiuto di questo e di altri che – essendo la signora incapace d’intendere e di volere – non ritenevano di poterne desumere la volontà di morire, si è rivolta ad altri professionisti, finché non ha trovato quello che ha acconsentito e la signora è “andata”.

Nella nostra società – prosegue Stephanie – i medici ormai non danno più garanzie. Sono loro i primi a consigliare l’aborto (anche tardivo) dei bambini imperfetti: perché dovrebbero difendere gli adulti imperfetti? Il New England Journal of Medicine, del resto, ha pubblicato un articolo in cui risulta che la maggior parte delle vittime del dottor Jack Kevorkian non erano malati terminali, avevano solo delle disabilità.

E il battage mediatico ripete incessantemente che i principali motivi che spingono a chiedere l’eutanasia non sono il dolore o la paura del dolore futuro, ma la sensazione di essere un “peso per gli altri”, il dover vivere “perdendo autonomia”,  e quindi “perdendo di dignità“.

Questa è la condizione tipica di tutti coloro che sono portatori di una qualche disabilità. Spesso l’ambiente circostante li fa sentire come fardelli perché hanno bisogno di assistenza: è questo che contribuisce alla perdita della dignità.

Stephanie conclude il suo articolo ricordando che tutte le associazioni dei disabili sono decisamente contrarie alla legalizzazione di qualsiasi forma di eutanasia. Dice Stephanie: “Anche le nostre vite sono degne di essere vissute”. La legalizzazione dell’eutanasia, per i disabili, equivale ad istigazione al suicidio.

Redazione

 

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