Eutanasia, in vista del 24 settembre. Cosa può accadere

Ormai ci siamo. Manca davvero appena una manciata di giorni allo scadere – fissato il 24 settembre prossimo - del tempo per legiferare sul fine vita concesso al Parlamento dalla Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 207/2018, emessa prima di pronunciarsi sul caso di Marco Cappato per aver aiutato a morire l’ex dj Fabo. Viene quindi spontaneo di chiedersi: e adesso? Che cosa può succedere? L’urgenza di un simile quesito deriva dal fatto che, appunto, il 24 settembre è prevista la nuova udienza sulla questione di costituzionalità dell’articolo 580 del Codice penale, che punisce il reato di istigazione o aiuto al suicidio.

Purtroppo l’impressione è che, sulla questione, i difensori del diritto alla vita si trovino ora in una situazione che somiglia molto ad un vicolo cieco. Se nulla in Parlamento dovesse avvenire in risposta ai solleciti della Consulta, infatti, niente comunque sarà come prima. Questo perché - come osservato da un magistrato vicino alle sensibilità pro life come Alfredo Mantovano - «l'ordinanza 207/2018 ha la natura della legge più che della sentenza» e questo fa sì che non ci si trovi di fronte «a un foglio bianco, ma a una disciplina già scritta che se non succede niente entrerà in vigore il 24 settembre 2019».

In altre parole, sarebbe opportuno che il Parlamento qualcosa legiferasse sul fine vita, se non altro per fare il massimo bene possibile attenuando quanto, dal 24 settembre, rischia come detto di «entrare in vigore». Tuttavia, ammesso e non concesso che il Legislatore in pochi giorni possa occuparsi della delicatissima questione fine vita – opzione che giorno dopo giorno pare sempre meno percorribile -, c’è un fatto non eludibile: la nuova maggioranza “giallorossa”, composta da Pd e M5S, alcune proposte legislative sul fine vita le ha già pronte. Ma non sono affatto confortanti, per usare un eufemismo.

Infatti, per quanto riguarda il M5S - benché infatti nei punti programmatici indicati giorni or sono da Luigi Di Maio non si sia parlato di fine vita - non si può dimenticare quanto proposto da Matteo Mantero, senatore del Movimento 5 Stelle che già nell’ottobre 2018 presentò un disegno di legge da ritenersi, come spiegato dallo stesso Mantero, «uno spunto per avviare il confronto, alla luce delle sollecitazioni della Corte Costituzionale».

Il punto è che, se in casa grillina le porte al fine vita sono quindi aperte, sul fronte dei dem sono letteralmente spalancate, come dimostrano ben due proposte di legge: quella di Andrea Marcucci - che però non convince il mondo radicale dato che continua a ritenere reato, sia pure diminuendone le pene, l’aiuto al suicidio -, e quella di Alessandro Zan, con forti modifiche agli articoli 575, 579, 580 e 593 del codice penale, così che, se il ddl fosse approvato, essi non si dovrebbero più applicare ai medici né al personale sanitario che praticheranno la «dolce morte».

Salvo imprevisti e colpi di scena, l’agenda biopolitica giallorossa si annuncia quindi davvero permissiva. E la prima dimostrazione, da qui a un mese, potrebbe arrivare proprio con l’introduzione dell’eutanasia di Stato. Diversamente, se così non accadesse, il rischio è che sia la Corte Costituzionale – come ipotizzato poc’anzi – a prendersi la scena facendo valere un pronunciamento che finirebbe con avere, di fatto, valenza giuridica. Per i pro life sembra non esserci davvero, insomma, via d’uscita sulla questione.

Che fare, allora? Se le strategie parlamentari rischiano purtroppo di non essere molte, quelle politiche e sociali sono invece più numerose. Decisamente. Di certo, questo è il punto, bisogna organizzare e promuovere una sensibilizzazione sui rischi del suicidio assistito e dell’eutanasia di Stato che, ben lungi dall’essere “diritti”, sono in realtà voragini che rischiano di diffondere le tossine della cultura della morte nella nostra società, snaturando peraltro il ruolo del medico e di tutti i professionisti sanitari. Un orrore che non ci possiamo permettere

 

di Giuliano Guzzo

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