23/09/2022 di Giuliano Guzzo

Eutanasia alla deriva! Ora c'è chi chiede la morte per. . . povertà!

L’argomento forte con cui i fautori del cosiddetto “diritto di morire”, anche in Italia, sono soliti promuovere l’eutanasia è quello della libertà. Dobbiamo essere liberi, affermano enfaticamente costoro, anzi «liberi fino alla fine». Per dare corpo a tale visione, gli attivisti in questione abitualmente richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica su singoli casi di malati o disabili gravissimi che, in effetti, pare proprio chiedano di essere lasciati «liberi di morire».

Ora, anche sorvolando sui tranelli lessicali che una simile visione dell’argomento porta con sé – primo tra tutti il fatto che ciò che viene presentato come “diritto di morire” con dignità, in realtà, è il “diritto ad essere uccisi” -, viene da chiedersi come mai i promotori dell’eutanasia raramente si preoccupino di raccontare ai cittadini altre storie; per esempio quelle di chi vive in Paesi nei quali l’eutanasia legale c’è già. Come il Canada, per esempio, dove la legislazione, da qualche anno, prevede la MAiD, ovvero la morte medicalmente assistita.

Una pratica che, per la cronaca, sta letteralmente dilagando. Basti pensare che, se nel 2016 i decessi assistiti furono 1.018, sono passai a 2.838 nel 2017, a 4.480 nel 2018, a 5.661 nel 2019, a 7.603 nel 2020 fino ai 10.064 del 2021. In appena cinque anni le morti on demand sono aumentate dell’890%. Una impennata già impressionante, ma dentro al quale – tornando a noi – si celano storie, se possibili, ancora più sconvolgenti.

Una di queste rischia d’essere quella di tale Les Landry, un uomo di 65 anni residente a Medicine Hat, una città canadese di 63.000 anime. Ebbene, Landry è un disabile interessato – come diverse migliaia di suoi concittadini, lo abbiamo appena visto – alla MAiD. C’è però un piccolo aspetto, neppure tanto piccolo in realtà, che rende questa vicenda molto singolare: l’uomo, più che per ragioni specifiche legate alla sua condizione, chiede di morire per ragioni…sociali.

Proprio così. Quando infatti ha compiuto 65 anni, il sussidio di invalidità di cui Landry beneficiava è terminato in favore del sussidio per anziani. Che però – ecco il punto – risulta economicamente troppo basso, e non copre le spese mediche e assistenziali che invece copriva il precedente sussidio, quello di invalidità appunto. Anche in conseguenza di ciò, ora l’uomo sperimenta purtroppo un dolore cronico e denuncia una qualità di vita radicalmente peggiorata; di qui la sua intenzione di accedere all’eutanasia.

Ora, posto che si tratta di una storia semplicemente allucinante, nel raccontarla sul proprio blog Alex Schadenberg – attivista e dirigente pro life di Euthanasia Prevention Coalition - segnala pure, appoggiandosi ad altri pareri, come storie simili, anche a Medicine Hat, siano tutt’altro che infrequenti. Ecco allora che quella di Les Landry potrebbe insomma essere solo…la punta dell’iceberg. E non tanto rispetto all’eutanasia canadese, quanto invece alle derive sociali da cui essa è alimentata.

Del resto, che il “diritto di morire” faccia rima non con povertà, ma anche con risparmi economici, non è più un mistero per nessuno. Giusto pochi giorni fa, per dire, Mary Kenny, nota giornalista, conduttrice televisiva e drammaturga irlandese, su Twitter si è lasciata scappare – peraltro citando proprio uno studio canadese – che «incoraggiare l’eutanasia ha un senso economico assoluto».

Ci si può allora solo immaginare quale spinta a farla finita possa venire da un clima sociale dove un malato o disabile da una parte è privato dei sostegni economici adeguati e, dall’altra, si sente sempre più come un peso per la collettività. Ecco che allora, per quanto possa risultare uno scenario da incubo, in un Paese dove l’eutanasia legale si radica, la vicenda di Les Landry rischia davvero di diventare…una vicenda qualunque. Naturalmente, però, un rimedio esiste, ed è pure molto semplice: è quello di contrastare “dolce morte” e suicidio assistito con convinzione, prima che diventino legge. E sia quindi troppo tardi.

 

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