10/11/2025 di Redazione

Europa. Cosa prevede l'ideologico documento sull’aborto approvato dalla Commissione FEMM

La Commissione FEMM (per i Diritti della donna e l’uguaglianza di genere) del Parlamento europeo ha approvato, lo scorso 5 novembre, il documento “My Voice My Choice: For Safe and Accessible Abortion”, un testo ideologico che definisce l’aborto un «diritto fondamentale» e chiede di finanziarlo con fondi dell’Unione, dunque con i soldi dei cittadini europei. Si tratta di una mozione di risoluzione presentata e firmata dalla relatrice Abir Al-Sahlani, di Renew Europe, il tutto attraverso lo strumento di democrazia partecipativa denominato ICE, ovvero Iniziativa dei Cittadini Europei. Ma cosa prevede e cosa propone questo documento?

Aborto come diritto e attacco ai Pro Life

Il testo rivendica l’«aborto sicuro e legale» come parte integrante dei diritti sessuali e riproduttivi (SRHR) e lo accompagna con un lessico ideologico e fazioso. Basti pensare, infatti, che si parla di «autonomia corporea» (bodily autonomy), riferita ovviamente alle donne, ma senza mai nominare il bambino concepito, come se l’interruzione di gravidanza fosse soltanto un servizio sanitario da garantire e uniformare. Dentro questa cornice, il documento denuncia il «backlash» - ovvero una reazione dura contro i diritti delle donne - e, come se non bastasse, condanna fermamente i cosiddetti movimenti “anti-gender”, ovvero i Pro Vita, chiedendo un’azione europea più mirata ed efficace per salvaguardare la bodily autonomy e assicurare accesso universale a contraccezione, aborto e servizi correlati. Si invita inoltre la Commissione a «fare pieno uso» delle competenze sanitarie nel programma EU4Health 2021-2027, a istituire un meccanismo finanziario opt-in (volontario per gli Stati) che consenta di cofinanziare o rimborsare le IVG anche in regime transfrontaliero - pur «senza interferire con le leggi nazionali» - e addirittura si spinge per inserire la misura nell’attuale e nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Nel pacchetto rientra pure la richiesta più radicale: includere il “diritto all’aborto” nella Carta dei diritti fondamentali avviando una revisione dei Trattati.

Il testo costruisce questa paventata e fantomatica urgenza su una serie di dati e narrazioni: due Stati membri non consentirebbero l’aborto “on request” e dal testo emerge si possa trattare di Polonia e Malta; altri otto - ma non viene specificato quali Paesi - imporrebbero periodi d’attesa obbligatori; altri undici non offrirebbero la RU486 o altre pillole abortive e solo cinque consentirebbero la telemedicina; mentre in generale le settimane per l’IVG su richiesta oscillerebbero da 10 a 24. Si parla inoltre di «circa 20 milioni di donne in Europa» senza accesso a un aborto «sicuro e legale», di viaggi forzati oltreconfine per aggirare vincoli domestici e di un diritto alla salute letto in chiave economica: l’UE — si argomenta — potrebbe adottare «misure di sostegno» a tutela della salute pubblica. Sotto il profilo operativo-finanziario, il testo afferma che la Commissione ha già valutato che il meccanismo di sostegno economico non andrebbe ad incidere sull’organizzazione delle politiche sanitarie nazionali; inoltre ricorda che fondi UE sono già stati impiegati, ad esempio, per finanziare direttamente servizi sanitari come gli screening oncologici, di fatto equiparando le prestazioni sanitarie per i tumori a quelle per procurare l’aborto. La richiesta finale è dunque di blindare il meccanismo nei bilanci pluriennali per «continuare a migliorare la salute in Europa», in particolare con l’accesso all’aborto. In sintesi, quindi, il documento fa quattro “salti di qualità”: spinge l’aborto dentro la categoria dei diritti fondamentali, normalizza la spesa europea per IVG (anche oltreconfine) e colpisce il dissenso pro-life, archiviato come anti-gender, mentre invita gli Stati a riformare le leggi più restrittive «in linea con gli standard internazionali». È la traduzione politica di un impianto ideologico che riduce tutto all’autodeterminazione, tacendo sul figlio concepito e sulla libertà di coscienza dei medici.

Per istituzioni e media l’aborto sì, il nascituro no

Nel testo FEMM si celebra il traguardo di 1,2 milioni di firme di “My Voice My Choice” come un’ondata senza precedenti di sostegno, soprattutto tra i giovani. Eppure la memoria insegna altro: nel 2014 un’altra raccolta firme, sempre per mezzo dell’Iniziativa dei Cittadini Europei, “One of Us” consegnò ben 600.000 firme in più - dunque quasi due milioni - per difendere la dignità dell’embrione, del concepito, ma il tutto venne archiviato senza seguito legislativo e senza troppo interesse da parte dei media. Una disparità di trattamento che dice molto sull’eco mediatica e istituzionale: amplificata quando si tratta di campagne pro-aborto, compressa e quasi censurata quando parlano i pro-life.

È il momento di rispondere

Pro Vita & Famiglia, attraverso il suo Dipartimento Unione Europea, si è già mobilitata - con un duro comunicato stampa - chiedendo agli eurodeputati italiani di votare in Plenaria, dove il documento dovrebbe arrivare fra qualche settimana, contro questa deriva che spaccia l’aborto per diritto fondamentale e ne pretende il finanziamento con risorse comuni. La cronaca parlamentare inoltre parla chiaro: in FEMM la votazione finale si è chiusa con 26 favorevoli e 12 contrari e tra i sì figura l’azzurra Giusi Princi (PPE/Forza Italia), tra i no l’eurodeputato Paolo Inselvini (ECR). La reazione, proprio di Inselvini, non si è fatta attendere: «un’iniziativa finanziata dai soliti noti: Bill Gates, George Soros, International Planned Parenthood e molti altri, tra cui l’italiana Arcigay. Un’iniziativa - ha aggiunto - che inganna le donne, spingendole ad abortire, invece di difendere la dignità e il diritto alla vita del bambino che portano in grembo».

 

 

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