13/05/2014

Eurofestival: donna barbuta, sempre piaciuta

Volevamo glissare sul fenomeno mediatico (da baraccone) “Tom Neuwirth/Conchita Wurst”. Volevamo glissare sullo squallore estremo dell’Eurofestival. Ma questo commento della Redazione di UCCR, saggio e profondo (e anche un po’ amaro),  merita la considerazione dei nostri lettori.

Maschile, femminile e neutro. L’Australia ha inventato a tavolino il terzo genere per far contento Norrie May Welby, nato maschio ma che, per un disturbo d’identità (tecnicamente “disforia dell’identità di genere”), si è convinto di essere donna, iniziando una terapia ormonale dopo l’operazione chirurgica, per poi interromperla perché non si sentiva a suo agio nemmeno in questi “nuovi panni”. Così la Corte Suprema australiana ha riconosciuto il genere neutro.

In questi giorni l’Eurofestival è stato vinto da Conchita Wurst alias Thomas Neuwirth, uomo austriaco travestito da donna, con tanto di barba e baffi sul viso. Si definisce “gender-neutral” ed è stato fatto vincere non tanto per il merito (bella voce, senz’altro) ma per ovvi motivi ideologici: “una vittoria per la diversità e la tolleranza in Europa” si è affrettato a dire il presidente austriaco Fischer. Un voto pilotato dunque, a discapito degli altri cantanti in gara, per loro sfortuna senza confusione d’identità. Non a caso l’italiana Emma Marrone, cantante italiana in corsa all’Eurofestival, ha commentato: «Senza barba non avrebbe alcuna chance, siamo seri». Mentre Thomas ormai è purtroppo etichettato dal mondo come “donna barbuta”, con tanto di sorriso ironico, il vicepremier russo Dmitri Rogozin ha ironizzato: «Il risultato di Eurovision ha mostrato ai sostenitori dell’integrazione europea il loro futuro europeo: una donna barbuta». Mentre i lettori del “Fatto Quotidiano” (vedere commenti) stanno ridicolizzando disgustati l’artista con la barba, mentre il “Messaggero” lo definisce “colorato fenomeno”, “Il Corriere” ha subito elogiato «la normalità del terzo sesso».

Normalità? Al posto di aiutare queste persone con fraterno calore umano, con l’attenzione e l’amore a quel che sono davvero e non a quello che per qualche motivo vorrebbero essere, si valorizzano e si premiano le loro difficoltà, la loro confusione, i loro disturbi (il “disturbo dell’identità di genere” è presente nel Manuale diagnostico e statistico dei Disturbi Mentali), rendendosi ridicoli, violando il buon senso e modificando le norme basilari della società (vedi il caso australiano). Ma, sopratutto, questi uomini e queste donne vengono trattati come fenomeni da baraccone che portano avanti lo show, da applaudire per non apparire intolleranti, discriminando così la loro vera natura.

Senza contare, inoltre, che a questo punto la Corte australiana avrebbe così discriminato gli altri 16 generi esistenti stabiliti dalla Australian human rights commission (Ahrc), ovvero: gli intersex, gli androgini, gli agender, i crossdresser, i drag king, i drag queen, i genderfluid, i genderqueer, gli intergender, i neutrois, i pansessuali, i pan gender, i third gender, i third sex, le sistergirl e i brotherboy. Vogliamo forse non riconoscere anche loro?

Il filosofo Vittorio Possenti, docente presso l’Università Cà Foscari di Venezia, parla di «tsunami antropologico», che «si appella alla tecnica, alla libertà insindacabile dell’individuo, alla manipolazione del linguaggio, nel chiaro intento di formare una nuova comprensione dell’essere umano». L’Enciclopedia Treccani spiega chiaramente che «il gender si presta a essere inteso come concetto neutro, né femminile né maschile [...] dimenticando il significato essenziale della bipolarità sessuale e la sua struttura oggettiva». Ed invece «la realizzazione dell’identità sessuata dell’individuo si manifesta nel suo essere uomo o donna, e si esplicita nelle finalità stesse della sessualità (la riproduzione e la continuità intergenerazionale), e presuppone necessariamente una dimensione corporea definita, sulla base della quale il soggetto possa sviluppare un’identità psichica, in grado di percepire il valore della diversità sessuale e di confrontarsi con essa».

L’intervento migliore sul caso di Norrie (ma che vale anche per Thomas), stato quello di Mauro Magatti, sociologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che, scrivendo sul “Corriere della Sera”, ha riflettuto sull’affermazione del genere neutro, rilevando tre piani d’appoggio: «Il primo è quello della soggettività a cui oggi si riconosce un potere di autodeterminazione pressoché assoluto. Il secondo piano è quello della tecnica. Tutti questi fenomeni hanno a che fare, in modo più o meno diretto, con le nuove possibilità che la tecnica mette a disposizione per modificare noi stessi e le nostre relazioni. Una tendenza che traduce a livello sistemico ciò che l’Io sovrano esprime nella sfera della soggettività. L’ultimo piano è quello della legislazione dello stato democratico. Portato ad assecondare, per quanto possibile, le domande di riconoscimento dei suoi cittadini, esso tende a prendere atto del dato di fatto e così a conformarsi alla realtà. L’applicazione sistematica del principio di non discriminazione — che mira a garantire la parità di trattamento tra persone diverse — ha, come conseguenza, la creazione del “regime dell’equivalenza”, nel quale ogni differenza va parificata a qualsiasi altra».

Sinteticamente, ha proseguito il sociologo, «l’ideale è quello di un mondo dove ognuno decide per sé grazie alle possibilità crescenti che la tecnica mette a disposizione in un regime di neutralità etico-valoriale garantito dal formalismo democratico. Un individualismo 2.0 che i nostri padri non erano nemmeno in grado di immaginare. Siamo solo ai primi passi di una vicenda che diventerà ben più seria avanzando il XXI secolo. Ma siamo proprio sicuri che sia questa la strada che vogliamo percorrere?».

Fonte: http://www.uccronline.it/2014/05/12/vittoria-del-genere-neutro-elogio-del-disordine

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