11/09/2026 di Redazione

Morte Emma Bonino. Quale eredità?

Questa mattina, venerdì 11 settembre, è scomparsa Emma Bonino, storica esponente del Partito Radicale e leader di +Europa, figura centrale dei radicali su temi come aborto, eutanasia e cosiddetti “diritti civili”. La notizia della morte dell’ex senatrice arriva dopo anni segnati dalla malattia, dal tumore al polmone reso pubblico nel 2015 e da ripetuti ricoveri – l’ultimo pochi giorni fa – per gravi problemi respiratori.

Una notizia accolta dal panorama mediatico italiano, già in questi primi minuti, con profondo cordoglio, ma anche facendo già partire una macchina della “santificazione” – soprattutto politica – di Bonino. Ma perché esaltare una figura che ha lasciato in eredità all’Italia le conseguenze di decenni di battaglie in assoluta antitesi con il rispetto e la tutela della vita e della famiglia? E quali sono queste conseguenze che ha lasciato in eredità la sua vita?

Emma Bonino si è infatti sempre battuta per e con politiche non di tutela della vita e della famiglia, ma di distruzione di esse. Una politica giocata al ribasso che ha contribuito, nel corso degli anni, a formare una società – quella in cui oggi viviamo – segnata da profonde emergenze in particolare su temi come aborto, fine vita, divorzio e droghe. Appunto gli argomenti tanto cari a Bonino e ai radicali. In definitiva, quindi, ci chiediamo: a cosa hanno portato, oggi, le spinte di Bonino?

L’aborto

Per quanto riguarda quella che forse è stata la sua “battaglia” più eloquente, ovvero la legalizzazione dell’aborto, Bonino ha avuto un ruolo drammaticamente decisivo nella strada che ha portato all’approvazione della legge 194/78. Una norma che, oggi, ha lasciato in eredità ben 6 milioni di nascituri morti. Un ruolo che giocò innanzitutto con la fondazione del CISA (Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto) e partecipando a campagne di autodenuncia e disobbedienza civile. Un ruolo pro aborto, quello di Bonino, mai abbandonato e che, anzi, si è addirittura fatto più insistente anche negli anni più recenti quando ha continuato ad essere una delle voci più ricondivise dai media mainstream e dall’universo progressista per quanto riguarda la liberalizzazione scellerata dell’aborto farmacologico. In tal senso, furono vergognosi i suoi racconti nel descrivere l’impegno a praticare aborti. Sull’Unità scrisse di avere, insieme con Adele Faccio, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, «cominciato un percorso di aiuto pubblico ad abortire alle donne che ne avevano bisogno, e quindi di autodenuncia». Dunque l’aiuto pubblico per sopprimere una nuova, e innocente, vita. Oppure in un’intervista concessa nel 1976 alla giornalista Neera Fallaci, per il settimanale Oggi, Bonino descrisse nei dettagli la macabra tecnica degli aborti clandestini praticati con mezzi di fortuna, spiegando: «per risparmiare usiamo un’attrezzatura per l’aspirazione più rudimentale, ma che funziona benissimo lo stesso». Il racconto proseguì ancora più drammaticamente illustrando l’uso di un barattolo di vetro, di una pompa da bicicletta e della cannula Karman per aspirare «il contenuto dell’utero». In quello stesso contesto, vennero riportate le sue parole secondo cui «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141», a conferma di una pratica rivendicata allora come forma di disobbedienza civile, ma che in realtà era – come è l’aborto “legale” – l’uccisione di una vita e non c’è niente di cui vantarsi nell’averlo praticato con strumenti e tecniche ai limiti dell’horror.

L’eutanasia

L’altra grande battaglia di “civiltà” di Bonino fu sul fine vita. Fu sempre strenuamente promotrice del suicidio medicalmente assistito e di una politica e cultura pronta a liberalizzare e legalizzare il più possibile le pratiche eutanasiche. Una strada percorsa, anche su questo tema, falsificando e rovesciando completamente la realtà, volendo far passare l’uccisione del sofferente come “modernità” e come “libertà”. Anche in questo caso occorre ricordare alcune sue dichiarazioni inquietanti come quando attaccò duramente il Parlamento affermando che «la latitanza della politica sul suicidio assistito mostra che i legislatori hanno perso la testa, hanno perso la pietà e la compassione». Lei stessa, inoltre, rivendicò la scelta di aver scritto nel proprio testamento biologico: «se mi ritrovo a vivere come una zucchina, per favore lasciatemi andare». Parole, anche queste, che condensano la visione di chi ha guidato decenni di battaglie radicali a sfavore e a degrado della vita umana. Per Bonino la vita quindi non era e forse non è mai stata un dono da accogliere e custodire, ma un bene disponibile, da interrompere quando dolore, malattia o fragilità superano una certa soglia giudicata soggettivamente “insopportabile”. Ebbene, l’eredità che Bonino ha lasciato su questo fronte è stata quella di vivere oggi in un’Italia dove il suicidio assistito è già, purtroppo, ampiamente consentito da vergognose sentenze della Corte Costituzionale e dove i politici – purtroppo anche alcuni di centrodestra – spingono per legiferare con l’obiettivo di ampliare ancora di più le maglie per accedere alla morte di Stato. Inutile nascondere che, fosse stato per Bonino, questo piano si sarebbe dovuto inclinare ancora di più, arrivando probabilmente a un’apertura totale come nei peggiori esempi che ci arrivano da Stati come Svizzera, Canada e Olanda.

Il divorzio

Per quanto riguarda il divorzio ricordiamo che la legge che lo introdusse in Italia è del 1970, mentre nel 1974 fu promosso il referendum per abrogarlo, ma che vide una vittoria del “No”. È significativo che Emma Bonino entri in politica proprio dopo quella vittoria. Nel 1976, invece, a soli 28 anni, venne eletta nelle file del Partito Radicale insieme a Marco Pannella, Mauro Mellini e Adele Faccio, consolidando il suo nome tra i protagonisti di quella stagione. Negli anni la stessa Bonino non ha mai fatto mistero di considerare la legge sul divorzio come l’inizio di una fantomatica trasformazione positiva del Paese e come uno dei successi politici di cui andava più fiera, arrivando a rivendicarlo apertamente anche in una lunga intervista al Corriere della Sera, in cui rilegge la sua vita politica e quella dell’Italia indicando nella legge sul divorzio l’inizio del cambiamento del Paese. Ma quello che per Bonino è stato un vanto, per l’Italia si è tradotto in un’eredità pesante: quella di un Paese in cui la rottura del vincolo coniugale, un tempo eccezione, è diventata una costante strutturale della vita sociale. Il numero delle persone divorziate nel Paese è salito a 2,18 milioni nel 2024, con una crescita del 59% rispetto al 2015, quando erano 1,37 milioni. Solo nell’ultimo anno censito, l’Istat ha registrato 75.014 separazioni e 77.364 divorzi, dati che comunque confermano quanto la fine del matrimonio sia ormai un fenomeno stabilmente radicato nella società italiana, decine di migliaia di famiglie sciolte ogni anno in un Paese che prima del 1970 non conosceva nemmeno l’istituto giuridico del divorzio. È questa, più di ogni dichiarazione, l’eredità concreta lasciata da chi ha fatto della disgregazione del vincolo familiare una bandiera politica: un’Italia dove il divorzio non è più l’eccezione che allarmava i suoi oppositori, ma una presenza costante nel tessuto sociale del Paese.

La liberalizzazione delle droghe

Anche sul fronte della liberalizzazione e legalizzazione delle droghe Bonino è stata tra le voci più radicali della politica italiana: negli anni ha promosso numerose iniziative per la liberalizzazione delle droghe cosiddette leggere, portando avanti una battaglia contro la repressione penale del consumo, che a suo giudizio – ma ciò non è mai stato confermato da nessuna statistica né dalla stessa realtà dei fatti – non risolveva il problema delle dipendenze né del mercato illegale, ma produceva solo carcerazione, marginalità e potere per le organizzazioni criminali. Un impegno mai abbandonato, tanto che nel 2019 firmò un emendamento parlamentare per la legalizzazione della cannabis a uso ricreativo, rilanciando una delle storiche battaglie del radicalismo italiano. L’eredità di quella battaglia è oggi un Paese in cui il contatto con le sostanze stupefacenti tra i più giovani non è più un fenomeno di nicchia ma di massa: secondo la Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze, che fotografa i dati del 2024, quasi 910mila studenti tra i 15 e i 19 anni – il 37% del totale – hanno fatto uso almeno una volta nella vita di una sostanza psicoattiva illegale, e 620mila (il 25%) lo hanno fatto nell’ultimo anno. Oltre un terzo di loro ha provato la cannabis prima dei 14 anni, e più di un terzo giudica una sostanza facile da reperire. Viviamo inoltre in un Paese che sta conoscendo un drammatico aumento dei decessi legati alla cocaina, l’esplosione delle nuove sostanze psicoattive – 79 quelle individuate nel solo 2024, molte delle quali letali anche a piccole dosi – e un crescente abuso di psicofarmaci senza prescrizione tra le ragazze. Un’Italia, insomma, in cui centinaia di migliaia di giovani continuano a mettere concretamente a rischio la propria salute e la propria vita per il contatto, precoce e diffuso, con sostanze la cui pericolosità la retorica antiproibizionista ha sempre tendenzialmente minimizzato.

Le altre battaglie di Emma Bonino

Forse meno note ma non meno rilevanti sono state poi le battaglie di Bonino su procreazione assistita e maternità surrogata. Nel 2005 fu tra i protagonisti della campagna referendaria promossa dai radicali e dall’Associazione Luca Coscioni per abrogare la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, che vincolava fortemente l’accesso alla fecondazione e vietava quella eterologa. Anche sull’utero in affitto Emma Bonino si è schierata radicalmente contro l’approccio proibizionista che poi si è affermato con l’inasprimento legislativo del 2024, che ha esteso la punibilità della pratica anche quando realizzata all’estero da cittadini italiani.

Tutte queste eredità che ci hanno lasciato le politiche portate avanti da Emma Bonino – e dai radicali – fanno dunque riflettere su che tipo di “civiltà” sogniamo. Una civiltà che nega l’umanità dei suoi membri più inermi, innocenti e vulnerabili per poterli sopprimere? Una civiltà di famiglie distrutte, di conseguente natalità ai minimi, di compravendita di gameti per il mercato internazionale di bambini? Una civiltà di disordine e completo sbaragliamento per i nostri giovani?

Questo articolo e tutte le attività di Pro Vita & Famiglia sono possibili solo grazie all'aiuto di chi ha a cuore la Vita, la Famiglia e la sana Educazione dei giovani. Per favore sostieni la nostra missione: fai ora una donazione a Pro Vita & Famiglia tramite Carta o Paypal oppure con bonifico bancario o bollettino postale. Aiutaci anche con il tuo 5 per mille: nella dichiarazione dei redditi firma e scrivi il codice fiscale 94040860226.