Chiara Corbella Petrillo è morta il 13 giugno 2012, dopo aver rinviato le cure per non mettere a rischio la vita del figlio Francesco. Pochi mesi dopo, a ottobre 2012, usciva il primo numero della rivista "Pro Vita", ispirato alla sua testimonianza e dedicato proprio a lei. Il presidente di Pro Vita & Famiglia, Antonio Brandi, ha intervistato il marito, Enrico Petrillo, che lo scorso settembre ha pubblicato il libro "Solo il vino migliore". Un libro che, come si legge nella presentazione, sfida alcuni tabù della nostra società – il diritto al figlio "a ogni costo", il perbenismo del lutto, la paura della malattia – e rivendica il cammino comune di fede e ragione. Dal volume e da questa intervista esce il ritratto di una ragazza che «amava la vita con una semplicità disarmante», lontana dal «santino immobile» in cui rischia di essere trasformata. E una riflessione schietta – rivolta anche a chi si batte pubblicamente per la vita – su sofferenza, aborto ed eutanasia.
Enrico, molti conoscono Chiara attraverso il libro e le testimonianze, quasi come un'icona. Ma chi era nella vita di tutti i giorni, prima di diventare "Chiara Corbella Petrillo"? C'è un aspetto di lei, magari piccolo, che la gente non conosce?
«Direi che ci sono davvero molti aspetti di Chiara che la gente non conosce. Eppure, in tanti pensano di conoscerla a sufficienza. Chiara ha la profondità del Vangelo. Molti di questi aspetti, anche se non sono piccoli, sono comunque trascurabili: dettagli che non servono al nostro cammino verso di Lui. Ciò che ho raccontato, o meglio, che abbiamo testimoniato alla Chiesa, è ciò che è strettamente necessario. Tutto il resto è un romanticismo che appesantirebbe soltanto il nostro zaino, rallentando o impedendo il nostro reale cammino. Chiara era una bellissima ragazza, dotata di un'eleganza straordinaria, che amava la vita con una semplicità disarmante. Incontrandola per strada, non avresti percepito nessun profumo di "lavanda". In questi anni ho cercato di custodire Chiara nella speranza che non venga trasformata in un'icona statica o in un santino immobile da mettere sull'altare e da cui mantenere le distanze. Sarebbe un grave errore per noi cattolici. Abbiamo bisogno di santi reali, capaci di indicarci oggi una via concreta e possibile da percorrere».
Chiara scelse di rinviare le cure per non mettere a rischio la vita di Francesco. Oggi molti leggerebbero quella scelta come una rinuncia. Voi come l'avete vissuta: come un sacrificio o come un atto di libertà?
«Come giustamente si vuole sottolineare, Chiara ha solo rinviato le cure al momento opportuno. Non ha rinunciato a curarsi. È stata sottoposta a quanto di meglio la medicina di quasi 15 anni fa potesse offrire. Voleva vivere, non morire da giovane, e abbiamo fatto il possibile, accettando però quello che il Re della Storia scriveva giorno dopo giorno. Finché ci sono state possibilità concrete e clinicamente proporzionate, le abbiamo percorse insieme. In realtà "non abbiamo scelto": abbiamo semplicemente proseguito il cammino su una strada "illuminata". È stato un atto di libertà profonda. Amare è un atto che rende liberi, e Chiara lo era a tal punto da essere disposta a rinunciare anche alla sua stessa vita. Questo non è in contraddizione con il suo desiderio di vivere, di fare la moglie e la madre».
Dopo la sua morte sono arrivate testimonianze di conversioni e di vite cambiate da tutto il mondo. Qual è la storia che ti ha colpito di più? E perché, secondo te, la vicenda di una giovane mamma romana tocca anche chi non crede?
«Sì, è vero, in tanti dicono di essersi convertiti intravedendo un amore così grande. Così dicono, ma chi scruta davvero il cuore dell'uomo è solo il Signore. Chi può dirsi convertito pienamente? Siamo tutti in cammino. A dire il vero, la storia che mi ha maggiormente colpito è la mia stessa conversione. Probabilmente, il motivo per cui la storia di Chiara "tocca" tutti è semplice: l'Amore è universale. Non è proprietà di nessuno, tantomeno di noi cattolici. Ogni uomo sano di mente è attirato spontaneamente dalla bellezza e dalla felicità, e Chiara le possiede entrambe. Un'altra considerazione è che Chiara ha accolto tutto ciò che ha incontrato nella sua vita (ha accolto me)… e avrebbe accolto anche te. È così che, attraverso di lei, possiamo intuire di essere già amati da Dio».
Chiara è morta il 13 giugno 2012. Pochi mesi dopo nasceva la rivista "Pro Vita", ispirata dalla sua testimonianza, e il primo numero, di ottobre 2012, fu dedicato proprio a lei. Cosa direbbe oggi Chiara di chi si batte pubblicamente per la vita?
«Direbbe a tutti noi cristiani quello che Cristo ha detto a Pietro: "Rimetti la spada nel fodero". Non c'è alcun bisogno di difendere Cristo. Difendiamo, infatti, solo ciò che possediamo, perché l'amore è l'esatto contrario del possesso. Per il possesso, anche di valori e di idee, si sono già fatte troppe guerre. Siamo da cristiani chiamati a custodire, non a difendere. Questa è la nostra esperienza. Spesso viviamo come se fosse in atto una battaglia tra il Bene e il male, come se dovessimo perennemente difendere qualcosa. Ma proprio come ha sbagliato Pietro, sbagliamo anche noi ogni volta che vediamo negli altri dei nemici. Questa è un'esperienza profondamente francescana: nessun nemico, tutti fratelli. È con questo cuore che Francesco andò per le strade del mondo e a incontrare il Sultano. Cristo, il Re della Storia, ha già vinto. Nessuna battaglia! Un albero si riconosce dai frutti. Così vale per tutti, anche per il movimento Pro Vita. Sapendo di questa ispirazione ho pensato: "Speriamo che Chiara sia un faro e indichi anche a loro la direzione". Lei è il Vangelo, e i frutti dello Spirito sono Amore, Gioia, Pace, Pazienza, Mitezza… Speriamo! Un conto è difendere dei valori o un'ideologia, pur di ispirazione cattolica; un altro è evangelizzare. Serve parlare di meno e vivere di più il Vangelo. Ecco, noi desideravamo solo lasciar intravedere il Signore nella nostra vita. Solo questo. Certamente un dialogo onesto con chi non la pensa come noi sarebbe auspicabile».
Oggi aborto, suicidio assistito ed eutanasia vengono presentati come "libertà". Cosa direbbe Chiara a una coppia che riceve una diagnosi grave in gravidanza o a un malato che si sente un peso?
«Credo che non direbbe nulla. Resterebbe in silenzio, a meno che il desiderio di dialogare non partisse spontaneamente dalla coppia o dal malato. Probabilmente, tra le prime frasi, ne citerebbe una che aveva ascoltato da don Fabio Rosini e che amava ripetere: "Se prendi un metro e te lo passi intorno alla testa, scoprirai due cose: la prima è dove arriva la tua intelligenza, la seconda è quanto porti di cappello". La scelta di questa frase non era casuale. Per Chiara era importante riportare il dialogo alla consapevolezza della nostra realtà e dei nostri limiti. Dio, il Re della Storia, che per definizione è più grande di noi, ci aspetta lì, oltre le nostre possibilità. Nulla è un caso. Oltre i nostri limiti abbiamo la possibilità di fare, già qui su questa terra, esperienza dell'Eternità. "…se gli aprirai il cuore… fidati, ne vale la pena". "Siamo nati e non moriremo mai più" significa anche questo. Dio ci lascia liberi di amare, fino al punto di donare la vita per i nostri fratelli… ma ci lascia liberi anche di sbagliare, di sbagliare grandemente, perfino di uccidere. Se volesse combattere una battaglia, la farebbe Lui direttamente. Ma non vuole questo. Ci insegna invece a restare vicino a ogni sofferente. Una madre che desidera abortire è una donna ingannata e spaventata, così come un malato che desidera anticipare la sua morte potrebbe sentirsi un peso perché vive l'inganno della solitudine, o perché pensa di non essere amato. O, peggio ancora, perché rifiuta l'amore. Lasciarsi amare è più difficile che amare. Badate bene, però: desiderare il Cielo quando si sta morendo non è un peccato, significa essere sani di mente! La sofferenza, come ho imparato "alla scuola di Chiara", va accolta e riconsegnata. È in questo modo (accogliendo e riconsegnando) che diventiamo un corpo solo, la Chiesa, e partecipiamo alle Sue sofferenze e alla Sua consolazione. Non dobbiamo offrire nulla. Tutto è già stato offerto; siamo già amati».
A settembre è uscito il tuo nuovo libro, "Solo il vino migliore". Nella presentazione si legge che queste pagine sfidano alcuni tabù della nostra società: il diritto al figlio "a ogni costo", il perbenismo del lutto, la paura della malattia. Sono temi su cui oggi si gioca molto del dibattito sulla vita, dall'inizio alla fine. Cosa speri che rimanga a chi legge il libro?
«Spero si capisca, dal libro e non solo, che fede e ragione non sono mai in contraddizione tra loro e che, crescendo insieme, ci offrono la possibilità di scrutare e conoscere il creato e l'uomo molto più in profondità. Fede e ragione devono camminare sempre vicine. Il diritto alla vita "a ogni costo" è una sciocchezza, esattamente come lo è la difesa della vita "a ogni costo". Dobbiamo intenderci bene: "a ogni costo" sono parole che assolutizzano e non possono applicarsi alle molteplici sfumature che la realtà invece ci impone. "A ogni costo" non contempla la possibilità di sapersi fermare, di dire basta a una determinata terapia. Non va bene, perché le scelte cliniche devono sempre essere proporzionate ai benefici sperabili. Altrimenti cadiamo in ciò che chiamiamo ostinazione clinica: azioni, frutto di ragionamenti o idee sbagliate, che dovrebbero essere accuratamente evitate. Così come possiamo commettere un omicidio, abbiamo anche il potere di prolungare artificialmente le nostre sofferenze. Il Signore ci ha affidato l'onere e l'onore di questa responsabilità. Una cosa è certa: non si possono trattare temi così delicati come se fossero chiacchiere da salotto. Prima di parlare, bisogna restare accanto a chi soffre. Vedere le sfumature della sofferenza. In questo tempo, in cui la tecnica e la tecnologia progrediscono vertiginosamente, siamo chiamati a riflettere profondamente sul nostro agire. Il nostro pensiero deve essere sempre arginato dalla ragione e dalla fede. La fede senza ragione è magia, e la ragione senza fede è un arido razionalismo».