19/10/2026 di Fabio Piemonte

Altro che lotta alla denatalità. Le donne rischiano il lavoro se diventano madri: il caso del Cnr

Cnr, congedo di maternità escluso dal calcolo del servizio: una ricercatrice perde la stabilizzazione e rischia il posto. La giudice le dà ragione.

Discriminata in quanto madre lavoratrice. È accaduto recentemente a una ricercatrice del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), la quale si è vista negare la stabilizzazione professionale che le sarebbe spettata dopo aver lavorato per almeno tre anni presso lo stesso ente. Chi ha valutato la sua domanda ha infatti tolto i giorni di congedo di maternità dal computo del lavoro effettivamente prestato. La giudice del lavoro del Tribunale di Venezia, Chiara Coppetta Calzavara, ha però intimato al Cnr di rivalutare la posizione della donna, che sarebbe stata ingiustamente penalizzata, scivolando in fondo alla graduatoria di merito.

La vicenda

Protagonista della spiacevole storia è una madre e ricercatrice dell'Istituto di scienze marine del Cnr, la quale, da aprile 2021, ha lavorato presso l'ente in qualità di assegnista a contratto. Alla fine dello scorso anno ha partecipato legittimamente al bando del Cnr per la stabilizzazione del personale, destinato a quanti avessero già maturato almeno tre anni (1.095 giorni) di servizio presso l'ente. Tuttavia, la sua domanda è stata respinta, perché il Cnr ha ritenuto di poter eliminare dal computo totale dei giorni lavorativi effettivamente prestati i due periodi di congedo di circa otto mesi di cui ha usufruito per maternità. Nella domanda di ammissione al bando risalente allo scorso 6 novembre 2025, la ricercatrice ha specificato di aver maturato – dal 2 aprile 2021 al 31 dicembre 2024 – un'anzianità di 1.353 giorni, come evidenziato anche dai suoi legali. Nel 2022, però, in occasione della nascita del primo figlio, ha usufruito del congedo di maternità per 244 giorni (oltre ai 12 di malattia per la positività al Covid); nel 2024, per il secondo figlio, ha maturato un'ulteriore assenza dal lavoro di 231 giorni. Un computo che però, a quanto pare, la commissione di valutazione del Cnr aveva preannunciato, affermando: «Per quanto riguarda gli assegni di ricerca, laddove vi sia evidenza di periodi di congedo per maternità, gli stessi non saranno conteggiati». Ecco quindi che l'anzianità della ricercatrice è finita con l'essere di 878 giorni (1.353 meno i 475 dei due congedi di maternità), facendole perdere in questo modo la stabilizzazione e mettendo a rischio anche il contratto da assegnista, in scadenza il prossimo gennaio. 

Il ricorso e la decisione del tribunale

Rischiando di restare senza lavoro, la ricercatrice ha fatto subito ricorso: i suoi legali hanno infatti contestato al Cnr anzitutto che tale criterio non fosse stato debitamente esplicitato tra le clausole d'esclusione previste dall'avviso ricognitivo e che, al di là di questo, la ricercatrice fosse stata comunque vittima di un atteggiamento discriminatorio. «Il periodo di congedo obbligatorio fruito dall'assegnista di ricerca, comportando la sospensione dell'attività lavorativa, non poteva essere computato», ha ribadito il Cnr nella sua difesa. «La ricorrente dunque viene discriminata nella procedura di stabilizzazione e nella procedura del contratto in essere per aver goduto del congedo di maternità e del congedo parentale, in quanto donna. La gravidanza e la maternità non possono compromettere il lavoro, la progressione di carriera e le opportunità di lavoro della donna», ha affermato invece la giudice, che ha dato ragione alla ricercatrice. Pertanto il Cnr dovrà ora rivalutarne la domanda.

Maternità discriminata, i bonus non bastano

Quanto accaduto è però sintomo di qualcosa di più grande, più esteso e – purtroppo – più strutturale. Il caso, infatti, testimonia che – per quanto ci si sforzi di pianificare incentivi a livello governativo, tra congedi e assegni familiari – per la donna che sceglie di accogliere uno o più figli cercando di conciliare lavoro e famiglia tra mille sacrifici, in Italia i problemi restano. E in effetti per la madre lavoratrice le difficoltà non sono solo di tipo logistico-organizzativo ed economico, per cui non possono essere risolte semplicemente con bonus e incrementi della percentuale del tempo di congedo retribuito. Perché la questione alla base – come ha confermato questa vicenda – è anche, e soprattutto, di tipo culturale: la donna lavoratrice in Italia viene ancora vista e trattata come un "pericolo" se dovesse andare in maternità, se dovesse decidere – o lo ha già fatto – di avere figli, accogliere una nuova vita, mettere su famiglia. I datori di lavoro continuano troppo spesso a discriminare o comunque mettere i bastoni tra le ruote alle donne quando sanno o anche solamente percepiscono che esse possano a breve diventare madri o che lo siano già. Perché, secondo la cinica logica del mercato, una donna madre è una fantomatica lavoratrice "improduttiva" o "poco produttiva", che non può garantire continuità, stabilità, orari straordinari, sacrifici sul lavoro.

Quando si uscirà da questa logica, allora sì che l'Italia – quella del mondo del lavoro – potrà dire di aver compiuto un enorme passo a favore delle donne e delle famiglie e contro la piaga della denatalità.


 

 

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