29/10/2020 di Luca Marcolivio

Elezioni Usa e aborto. Scalea (Centro Machiavelli): «Così i dem vogliono mettere le mani sulla Corte Suprema»

Le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre sono state annunciate da molti come le più importanti di sempre nella storia degli USA. A sottolinearlo è anche lo stesso presidente Donald Trump, che in questi giorni sta tirando la volata finale con i comizi negli stati chiave, per recuperare i giorni perduti a causa della sua positività al Covid-19. La pandemia è sicuramente il tema cruciale della campagna elettorale ma non certo l’unico. L’occupazione, l’economia, le tensioni razziali sono evidentemente al centro dell’attenzione di Trump e dello sfidante democratico Joe Biden. Senza trascurare, ovviamente, la tutela della vita e della famiglia, sempre più dirimenti nel confronto elettorale d’oltreoceano.

In merito alle ultime battute della campagna elettorale, Pro Vita & Famiglia ha raccolto il parere di Daniele Scalea, politologo, direttore del Centro Studi “Machiavelli” e docente all’Università “Nicolò Cusano” di Roma. Assieme al giornalista Stefano Graziosi, Scalea è coautore del saggio Trump contro tutti (Historica/Giubilei-Regnani). «Abbiamo realizzato questo volume con l’intento di dare un racconto e un’analisi di questa tornata elettorale che si discostasse da quella che vediamo normalmente nei media italiani e internazionali che, con poche eccezioni, offrono un racconto uniforme e monocromatico, che riduce tutto a un attacco brutale e gratuito contro Trump», spiega Scalea. «Abbiamo puntato dunque su una lettura più approfondita, andando, ad esempio, a spiegare chi sono davvero gli sfidanti democratici del presidente uscente, Joe Biden e Kamala Harris, mettendo in luce i terreni di scontro e di differenza rispetto a Trump e cercando di essere il più possibile, non dico neutrali ma quantomeno oggettivi».

 

Giovedì 22 ottobre, ha avuto luogo l’ultimo confronto televisivo tra i candidati. Chi ne esce vincitore?

«A mio avviso, Trump è quello che ha più beneficiato del nuovo formato, in cui ai due candidati era impedito di interrompersi e parlarsi addosso. Il presidente ha quindi potuto concentrarsi sul messaggio che doveva dare al paese, lasciando parlare di più Biden che, in questo modo, ha fatto emergere le sue debolezze su molti fronti. Il candidato democratico, ad esempio, ha detto più volte di voler colpire l’industria degli idrocarburi, alienandosi così i voti di molti operai. Il fracking (fratturazione idraulica) è una nuova tecnica di estrazione che ha dato lavoro a migliaia di persone: Biden lo ha preso di mira, pur avendolo goffamente negato durante il dibattito. Mentre Biden segue programmi ideologici come il Green New Deal, Trump, come quattro anni fa, conta sui voti della classe operaia, dove non è escluso che possa prevalere, in quanto percepito come più attento al lavoro e all’economia. Da parte sua, Biden promette di alzare le tasse ai più ricchi (in realtà rischia di alzarle anche alla classe media) ma ciò, in una fase di recessione e di pandemia, secondo molti economisti, non sarebbe la scelta più saggia. Insomma, se è innegabile che i sondaggi diano Biden favorito, vi sono molti segnali che potrebbero significare un rovesciamento delle sorti a favore di Trump».

Quanto inciderà il Covid nel risultato elettorale e nel futuro degli USA?

«Biden sta cercando di cavalcare la narrazione mediatica per cui ogni morto per Covid è colpa di Trump. Lo fa anche per far breccia nell’elettorato più anziano, quindi più a rischio nella salute. Certo, la crisi sanitaria non giova al presidente uscente, tuttavia lo sfidante non ha dimostrato di avere la ricetta per affrontare la pandemia, salvo dire: “mettete tutti la mascherina e, se gli esperti me lo suggeriranno, farò nuovi lockdown”. Tutte proposte generiche e fumose».

Sulla sanità in senso lato, quali sono le proposte dei candidati?

«Trump non è riuscito a smantellare, se non solo in parte, l’Obamacare, più che altro per responsabilità dei Repubblicani che ancora controllavano la Camera dei Deputati nei primi due anni del suo mandato. Il presidente accusa Biden di volere una sanità pubblica all’europea, cosa che, per buona parte dell’opinione pubblica americana, non è desiderabile. Sicuramente il dibattito sulla riforma sanitaria inciderà ma è difficile dire quale dei due candidati possa favorire».

Trump si è sicuramente rivelato il presidente più pro life della storia. Quali sono i suoi principali successi in questo ambito?

«In primo luogo, grazie a Trump, i fondi della pianificazione familiare non potranno più essere utilizzati per l’aborto. Importantissima è stata, poi, la nomina di tre giudici pro life alla Corte Suprema, l’ultima dei quali, Amy Barrett, è stata confermata dal Senato pochi giorni fa. Ciò è importantissimo, visto anche il ruolo cruciale giocato dalla Corte Suprema sull’aborto, con la sentenza Roe vs Wade, ma anche con il pronunciamento con cui, alcuni anni fa, mise al bando l’aborto a nascita parziale, sia pure con un margine risicato. Adesso, tra i democratici, c’è una forte spinta a legalizzare l’aborto fino al nono mese: su questo punto, Biden si è ormai allineato alle correnti liberal, che fanno capo alla candidata vicepresidente Kamala Harris. Lo stesso Biden, che anni addietro aveva sostenuto l’emendamento Hite, che bloccava i fondi federali destinati all’aborto, oggi è favorevole ad abolire quello stesso emendamento».

Il forte ostracismo che i dem hanno manifestato contro la nomina di Amy Barrett è la conferma di quanto la dicotomia pro life/pro choice risulti sempre più dirimente nelle scelte politiche. A cosa è dovuta questa forte polarizzazione del dibattito sui temi della vita?

«Sebbene vi sia una quantità non trascurabile di elettori democratici, ispanici e neri in particolare, che si professano pro life, è indubbiamente vero che stiamo assistendo a una polarizzazione che rende l’aborto un tema politico-ideologico, per cui un presidente, a seconda del suo essere repubblicano o democratico, compirà inevitabilmente delle accelerazioni nell’una o nell’altra direzione. Al momento i democratici temono che una Corte Suprema a maggioranza conservatrice possa rovesciare la sentenza Roe vs Wade, permettendo di fatto ad alcuni stati repubblicani di restringere o proibire l’aborto. Di converso, molti indizi suggeriscono che i dem, non rassegnandosi all’attuale composizione della Corte Suprema, pur di prenderne il controllo, possano prendere l’inaudita decisione di aggiungerne nuovi giudici, innalzandone il numero a quindici. Sarebbe una mossa al limite del golpe istituzionale, per instaurare un regime di controllo totale. Nel caso di una vittoria di Biden e di una conquista della maggioranza al Senato, i dem avranno i numeri per prendere una decisione di questo tipo. Essi sostengono che Trump avrebbe politicizzato la Corte Suprema, quando in realtà, con le sue nomine, ha semplicemente esercitato un diritto-dovere. Pare quasi un’operazione orwelliana: per “depoliticizzare” la Corte Suprema, i dem pretendono di riempirla con giudici dalla loro parte, che deliberino come vogliono loro».

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