Silvia Rocchi, classe 1976, imprenditrice nel settore turistico. Consigliere comunale di opposizione a Capannoli, già candidata a sindaco con progetto civico. Da sempre attiva nella promozione territoriale e nell’associazionismo. Candidata al Consiglio Regionale della Toscana con Fratelli d’Italia, nella circoscrizione di Pisa.
Perché ha deciso di impegnarsi in politica, quali sono i valori fondamentali che la animano e ispirano sia nella vita privata che in quella politica?
«Ho scelto di impegnarmi in politica perché credo che la buona politica sia servizio e responsabilità. I valori che mi guidano sono la difesa della vita, la centralità della famiglia, la libertà educativa, il rispetto della nostra identità culturale e cristiana. Nella vita privata come in quella pubblica credo nella coerenza, nella concretezza e nel coraggio di difendere ciò che conta davvero per il bene delle future generazioni».
L’Italia sta affrontando un drammatico declino demografico e in alcuni casi alcune Regioni – come di fatto la sua Toscana - hanno liberalizzato la pillola abortiva RU486, rendendola dunque accessibile anche al di fuori degli ospedali. Quali strumenti ha a disposizione la Regione e quali proposte concrete sosterrà per agevolare le natalità anche garantendo alternative all’aborto? A tal proposito, pensa di replicare il buon esempio della Regione Piemonte che ha dato vita all’efficace Fondo “Vita Nascente”?
«Il dramma demografico della Toscana impone di cambiare rotta: non possiamo limitare la risposta a pillole abortive, ma offrire sostegno reale. Propongo un fondo regionale sul modello “Vita Nascente” del Piemonte, consultori che accompagnino le donne con percorsi personalizzati, aiuti economici, psicologici e abitativi. Nessuna madre deve sentirsi sola: la Regione deve schierarsi al fianco della vita e delle famiglie, non delle ideologie».
La Toscana è stata, purtroppo, la prima – e finora l’unica – a legiferare sul suicidio medicalmente assistito. Pensa sia un tema di competenza regionale? Se eletto, si impegna ad abrogare tale legge, bloccare simili fughe in avanti e ad aumentare i fondi a disposizione delle cure palliative, degli Hospice e dell'assistenza domiciliare per anziani, fragili e malati?
«La Toscana è stata la prima Regione in Italia ad approvare una legge sul suicidio medicalmente assistito, forzando la mano su un tema che non rientra nelle sue competenze ma spetta al Parlamento. È un precedente pericoloso che apre a derive eutanasiche. Mi impegno ad abrogarla e a destinare risorse a cure palliative, hospice e soprattutto assistenza domiciliare, perché la vera civiltà non è anticipare la morte ma accompagnare chi soffre con umanità, dignità e cure adeguate fino alla fine naturale, soprattutto potendo rimanere a casa propria, circondato dall’amore dei propri familiari».
In che senso, secondo lei, la famiglia è la cellula fondamentale della società? Ci fa l’esempio di una misura sociale e fiscale concreta che presenterà in Consiglio Regionale per agevolare le famiglie, in particolare se numerose e/o con disabili o anziani a carico?
«La famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna è la cellula fondamentale della società, da cui dipende la tenuta della comunità. La Regione deve riconoscerne il ruolo con misure fiscali e sociali concrete: introduzione del Fattore Famiglia per equità nell’accesso ai servizi, sgravi e contributi per famiglie numerose, sostegni mirati per chi ha disabili o anziani a carico e politiche abitative agevolate per giovani coppie».
Spesso le associazioni LGBT o “trans-femministe” si fanno promotori – a volte anche con patrocini e finanziamenti pubblici – di istanze aberranti quali utero in affitto, carriera alias nelle scuole, matrimonio egualitario, transizione di genere per minori. E proprio su questo ultimo punto la Toscana ha vissuto l’inchiesta ministeriale che ha coinvolto l’Ospedale Careggi, che si occupa di disforia di genere. Che ne pensa? È pronto/a a difendere la libertà educativa dei genitori, a contrastare ogni tipo di propaganda Lgbtqia+? E’ pronto a contrastare – come stanno già facendo alcuni Paesi del Nord Europa – il cosiddetto “approccio affermativo” per scongiurare qualsiasi possibile futura deriva sul tema della transizione di genere?
«La libertà educativa spetta ai genitori e va difesa da ogni ingerenza ideologica. Nelle scuole toscane non devono entrare propaganda gender, carriera alias o percorsi di transizione per minori. È pericoloso imporre modelli che negano la realtà biologica e minano la crescita serena dei ragazzi. Come in altri Paesi europei, occorre fermare l’approccio affermativo. La scuola deve formare, non indottrinare, e rispettare il consenso informato delle famiglie».
