13/04/2016

Educazione vita, famiglia, giovani e libertà

Gli adulti oggi sono chiamati a una sfida: quella dell’educazione delle giovani generazioni, travolte dal condizionamento della cultura della morte e dalla propaganda della cultura dello scarto.

La cultura dello scarto, dei desideri tramutati in diritti a scapito dei più deboli e la perdita completa del senso e del significato di bene comune rappresentano una malattia ormai tristemente diffusa in occidente e con la quale ci scontriamo ogni giorno.

Tale malattia ha attecchito lentamente nel modo di pensare e di vivere delle persone comuni grazie ad un lento condizionamento voluto e perseguito tramite i mezzi di comunicazione  dalle istituzioni nazionali e dagli organi sovranazionali ormai proni all’influenza delle grandi lobbies finanziarie.

Se ci troviamo a difendere con i denti realtà che dovrebbero essere ovvie come l’esistenza di due soli sessi, che il matrimonio è fra un uomo e una donna e che i bambini non sono oggetto di compravendita è perché la base culturale del relativismo etico trova terreno fertile in una società opulenta alla quale non manca nulla e che ha lentamente delimitato il senso e il fine ultimo della propria esistenza al raggiungimento del benessere personale.

In tal senso la libertà diventa un orticello delimitato che “finisce dove inizia quella dell’altro” e non deve stupire se, anche in persone dotate di buona istruzione e buon senso, l’argomento del “a te cosa cambia se …(una donna vuole abortire, due omosessuali vogliono sposarsi etc. ect.)” rappresenta l’apice e il vertice più alto del ragionamento. Il pensiero purtroppo o per fortuna segue e si adegua alla vita vissuta e solo raramente avviene il contrario. Il relativismo non basa le sue radici su argomenti forti e convincenti ma propone un modello semplice da capire e facilmente attuabile perché non richiede sforzo e si adegua a una vita priva di sfide difficili.

Se oggi dobbiamo dimostrare che le foglie son verdi d’estate è perché tante persone hanno deciso che è più comodo pensare il contrario e perché a volte la realtà si scontra con i nostri desideri che spesso si trasformano tristemente in capricci. E allora tanto peggio per la realtà.

Tuttavia la speranza di un cambiamento può nascere da un lavoro che tutti noi possiamo e siamo chiamati a fare sulle nuove generazioni. Può sembrare retorico e scontato ma purtroppo non lo è o quanto meno l’importanza dell’educazione dei giovani non viene spesso percepita nel modo giusto. Anche le stesse virtù cristiane di fede e carità che tante parrocchie ed oratori si sforzano di insegnare ai ragazzi non possono attecchire in loro se prima non si trasmettono nella maniera giusta le virtù umane.

La sfida educativa del nuovo millennio con i giovani va indirizzata a far riscoprire loro la ricerca del bene arduo, nel mostrare loro dove esso si trova e insegnare loro a riconoscerlo sapendo che il bene attrae la volontà e muove le passioni più di quanto facciano i vizi e una vita comoda. San Tommaso parlava nella Summa dell’appetito irascibile come l’apprensione di un bene sensibile in quanto deve essere conquistato: cioè il bene in quanto lo si considera nella difficoltà più o meno grandi di possederlo.  E allora un lavoro che può essere fatto dagli educatori, dai genitori e dagli insegnanti è quello di far riscoprire ai ragazzi il senso più profondo della libertà, che non sta nella semplice facoltà di scegliere senza condizionamenti, ma nella scelta del bene conosciuto e arduo e nella capacità di vincolarsi ad esso anche per tutta la vita.

Si può parlare di argomenti che a prima vista sembrano obsoleti ma che rappresentano le fondamenta di una vera antropologia come le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza), insegnando loro a metterle in pratica nelle diverse situazioni. Si può parlare in maniera giusta di affettività, insegnando a saper riconoscere i moti dei sentimenti da quelli della volontà, guidata dalla ragione e dalla coscienza rettamente formata. Insegnare che il voler bene si basa sul volere il bene dell’altro e di aiutarlo a raggiungerlo condividendo con lui la fatica e il dolore che esso richiede. Si può e si deve insegnare che il rispetto per il prossimo nasce non da corsi scolastici  sulle cosiddette diversità, ma sulla consapevolezza della unicità e infinità dignità della persona umana incarnata nel nostro prossimo. Insegnare ai ragazzi che il senso più profondo e la radice della felicità in questa terra risiede in una vita di relazione e di donazione al prossimo, quella vita di relazione che il bambino impara per la prima volta in famiglia senza la quale l’uomo diventa individuo isolato a piena disposizione del potere che può manipolarlo a piacimento.

Non a caso l’attacco alla famiglia mira proprio all’isolamento della persona trasformandola in individuo privo di difese.

La sfida è ardua ma pensare di ritornare a una visione condivisa dell’etica basata sulla legge naturale, che si tramuti in leggi giuste orientate al bene comune prescindendo dallo sforzo di migliorare se stessi è una pura illusione. San Josémaria Escrivà diceva saggiamente: “Queste crisi mondiali sono crisi di Santi”.

Forse noi siamo troppo vecchi per cambiamenti decisi della nostra vita, ma i giovani hanno una capacità di cambiare se stessi e di donarsi che spesso stupisce.  Benedetto XVI nel discorso introduttivo alla GMG di Colonia diceva ai giovani: “Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo”.

Ferdinando Costantino    

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