19/04/2021 di Giuliano Guzzo

Ecco perché cambiare sesso fa male. Soprattutto alle donne

Il «cambio di sesso» fa male, soprattutto alle donne. É l’esito, politicamente scorrettissimo ma lampante, di un nuovo studio uscito nelle scorse settimane sulla rivista scientifica Journal of Sexual Medicine. In pratica, con questo lavoro si è partiti da un campione di 1.212 pazienti adulti, provenienti da vari Continenti, definiti transmasculine, vale a dire nati donne che però «si sentono maschi»; di questi, 129 - quindi poco più del 10% - hanno scelto di sottoporsi alla falloplastica, intervento certo impegnativo e complesso nell’ambito della chirurgia ricostruttiva genitale, ma inevitabile per la riassegnazione di genere soggetti che desiderino appropriarsi fino in fondo della loro «nuova identità».

Dopo detto intervento uno si aspetterebbe, per coloro che vi si sono sottoposti, una condizione sana e magari anche segnata da maggior felicità. Questo, almeno, lascia intendere un certo tormentone di stampo Lgbt; invece la realtà è purtroppo diversa. Con questa ricerca, infatti, a partire dai 129 pazienti sottopostisi ai citati trattamenti chirurgici, si è visto come essi abbiano riportato il notevole numero di 281 complicazioni – in media, più due per paziente – richiedendo 142 «revisioni». Più precisamente, la fistola uretro-cutanea ha interessato il 40% dei casi, la stenosi uretrale il 32% e in un caso su cinque si è osservato anche un peggioramento della salute mentale. «Questi esiti», hanno concluso gli autori di questa ricerca, «confermano le segnalazioni aneddotiche secondo cui i tassi di complicanze a seguito della ricostruzione genitale affermativa di genere sono più alti di quelli comunemente riportati nella letteratura chirurgica».

Curiosamente, i grandi media non hanno dato grande risonanza a tale ricerca. Anche perché, da tempo, vige una sorta di censura su chiunque metta in discussione la bellezza del transgenderismo.  Qualche esempio? Il neurologo di fama Stephen Gliske, dell’Università del Michigan, per aver osato indagare con uno studio l’origine della disforia di genere è finito sotto pesante attacco. Amazon ha recentemente rimosso il dai propri canali When Harry Became Sally, libro di Ryan T. Anderson, studioso passato da Princeton e con un dottorato all’Università di Notre Dame – non proprio uno scappato di casa, quindi – ma reo d’essere disallineato al pensiero arcobaleno. Ancora, lo psicologo gay James Caspian è ricorso nientemeno che alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro la sua università, che gli ha bloccato il progetto di ricerca quando ha scoperto che avrebbe esaminato casi di transgender pentiti desiderosi di tornare al sesso originario.

In tale contesto di censure, non stupisce che il nuovo studio uscito sul Journal of Sexual Medicine abbia avuto poca eco. Purtroppo, è nelle cose che il silenzio cali sulle verità scomode. Ciò però non significa che esse siano meno vere o che meritino di non essere fatte conoscere; tutto il contrario. Soprattutto, i rischi connessi al «cambio di sesso» andrebbero ben spiegati – anche perché sono documentati da molti altri studi, che qui manca lo spazio di richiamare – ai giovani adolescenti incuriositi da questa prospettiva. Che nei fatti non risulta affatto di felicità, anzi. Peccato che, se passasse il ddl Zan, svelare il lato oscuro del transgenderismo per via chirurgica e ormonale potrebbe costare l’accusa di transfobia. E quindi se già oggi pochi ne parlano, di queste cose, il rischio concreto è che domani non sarà più nessuno a farlo. A scapito non solo della verità antropologica per cui, fisiologicamente, si nasce maschi o femmine ma anche della salute di tanti giovani che, colpiti da un disagio circa loro identità di genere, rischiano di cadere nella rete di false vie di felicità. Falsissime, anzi.

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