05/06/2020 di Giuliano Guzzo

E alla fine Immuni cambia immagini. La brutta fine di una bruttissima polemica

Sono bastate poche ore di polemiche condite con surreali accuse di «sessismo», ed ecco che subito l’app Immuni, sviluppata per monitorare l’epidemia del coronavirus in Italia, ha cambiato volto, modificando la sua contestata immagine raffigurante un uomo e una donna - lui al computer, lei con in braccio un bimbo ancora in fasce - in un’immagine speculare, e cioè con l’uomo in versione «mammo» e la donna al lavoro. Tutto a posto, dunque? No, proprio per niente. Infatti il brutto esito di questa bruttissima polemica risolve ben poco.

Tanto per cominciare perché, se il fine della correzione dell’immagine di Immuni era ripristinare una sorta di violata parità tra i sessi, essa comunque non è stata raggiunta dato che, nel momento in cui la cura dei piccoli spetta a solo uno dei due componenti una coppia, comunque l’altro – che ad occuparsi dei figli sia l’uomo o la donna – risulta essere almeno economicamente prevalente.

Dunque, ripetiamo, se il problema era la mancata parità anche nella nuova versione della grafica Immuni la parità risulta palesemente assente; cambia solo il sesso del soggetto subordinato, per così dire. Un secondo aspetto curiosamente sfuggito a quanti sono a vario titolo intervenuti sulla vicenda riguarda poi il fatto che l’originale immagine dell’app, in realtà, non era sessista ma solamente realistica, dato che rifletteva una dinamica familiare non italiana, come si sente ripetere, bensì internazionale.

Tanto che pure in Norvegia e Svezia la cura dei figli, specie quelli sotto i cinque anni di età, risulta impegno anzitutto femminile, cosa che neppure il passare dei decenni ha più di tanto modificato; che una donna lavori a tempo pieno o meno cambia poco (The Annals of the AAPSS, 2009). E perfino tra i primati sono le femmine a mostrare più interesse nei confronti dei neonati e dei cuccioli della controparte maschile (Psychobiology, 1988): «sessista» pure la natura? Un po’ difficile da sostenere.

Più plausibile, invece, che la polemica sull’immagine originale di Immuni fosse del tutto priva di fondamento, oltre che grave. Sì perché, come terza e ultima – ma non meno rilevante, anzi – considerazione, urge rammentare la gravità di una polemica di fatto contro la raffigurazione della maternità in un Paese, l’Italia, da decenni flagellato proprio dall’inverno demografico, nonostante il contributo della natalità immigrata e qualche pallido e finora appunto inutile tentativo di invertire la tendenza.

Questo significa solo una cosa, e cioè che, anziché essere contestata, quell’immagine di Immuni  doveva essere applaudita nella misura in cui celebrava la maternità. Maternità che, c’è poco da fare, vede nelle donne le principali attrici. Ciò non vuol dire, per prevenire facili e sciocche obiezioni, che la donna debba stare sempre chiusa in casa a dedicarsi ai figli. Nessuno dice o pensa, oggi, una cosa simile.

Ricordare il ruolo femminile nella maternità significa invece sottolineare che i figli nascono sempre dal grembo di una donna, la quale anche dopo il parto è spinta ad una vocazione - che si chiama istinto materno – tipicamente femminile. Lo si è potuto riscontrare in modo inequivocabile grazie al fatto che in tutte le culture studiate le bambole sono risultate maggiormente preferite dalle bambine le quali, rispetto alla controparte maschile, sono maggiormente propense anche a giocare a fare i genitori.

Tale differenza è stata osservata anche su fanciulli di appena quattro anni e di età anche inferiore, troppo presto per immaginarla esito di influenze esterne. Ne consegue – per tornare a noi - come la vituperata grafica originale di Immuni, oltre che essere a tutti gli effetti realistica e non certo «sessista», fosse quindi da considerarsi opportuna perché raffigurava, in un Paese che ne è disperatamente povero, il trascurato valore della maternità. Ad esser censurata, insomma, non è così stato il sessismo bensì la natalità. Tanto per cambiare.

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