13/03/2013

Dopo l’8 marzo e la sua retorica. Riflessioni su un nuovo femminismo

Era giunto persino ad elaborare l’etica e il diritto sessuati, ad opera  della sua teorica  Claudia Mancina, aveva  fatto  della contrapposizione tra i  sessi il suo cavallo di battaglia,  affondando  le sue radici  nel dialettico rapporto dei primordi, così caro  al binomio Marx- Engels:  i sessi sono due e dall’origine sono in lotta tra di loro per il predominio. Si parla del femminismo storico – radicale, va da sé. Quel femminismo  che per  decenni ha tenuto  la scena del mondo, supportato  dal sistema della grande comunicazione, per chiedere  quelli che sono,  a parer suo, le  grandi conquiste per la donna. Divorzio e libertà di aborto.

Oggi questo femminismo  sembra un po’ in stallo. Le mimose sono  un po’  meno festose, meno gialle

Avanza  a gran  passi  la cosiddetta cultura liquida che non tralascia di informarci ad ogni piè sospinto che  il futuro è queer e che  è franata  una delle granitiche certezze che hanno accompagnato l’umanità da sempre, che cioè i sessi sono due,  che come si nasce, maschio o femmina,  si vive e che questo connota ontologicamente  l’intera nostra esistenza.

La cultura del gender,  la più grande sfida alla Chiesa di questi tempi, come l’ha  recentemente definita Benedetto XVI,  avanza e guadagna ogni giorno terreno: il sesso biologico, ci dice,  non  conta nulla, siamo quello che vogliamo essere giorno  per giorno.

Ovvia perciò la conseguente  ricerca di un tema,  un argomento, una  nuova battaglia da combattere per riaggregare le forze un po’ disperse e disorientate.  E pare che il femminicidio – neologismo  finora ignoto ai codici penali –  sia proprio l’argomento giusto,  l’occasione che  fornisce la possibilità  di  rimettere assieme i ranghi di un femminismo un po’ stanco, dopo le fiacche e deludenti battaglie del Se non ora quando.

Quella del  femminicidio  è certamente una tigre da cavalcare, per il femminismo,   una battaglia da combattere, cui si aggregheranno per strada anche   altre  forze che acriticamente  vorranno  dire sulla donna   qualcosa  che sia da tutti condivisibile e politicamente corretto.

Intendiamoci: è  un dato innegabile  che  la violenza contro le donne  tenga quotidianamente la cronaca   e che le  donne vengano   spesso  brutalizzate e uccise  in una spirale di violenza tanto più disgustosa  in quanto  spesso perpetrata da chi, quelle donne, avrebbe dovuto amare e proteggere.

Ma questo dovrebbe spingere  chi sia abituato a riflettere prima di parlare, a riconoscere che  non è possibile  disgiungere e isolare la violenza  sulle donne, da quella violenza  che pare ormai il segno sotto il quale si snoda quotidianamente la nostra vita, che colpisce tutti,  indiscriminatamente, e che si manifesta nei rapporti di sopraffazione,  che ad ogni piè sospinto, nelle più svariate occasioni del quotidiano, si instaurano  tra le persone, quando ciascuno  cerca di far valere le sue ragioni, il suo punto di vista, il suo io, a scapito dell’altro. Viviamo in una società violenta in cui la vita della  persona è ormai un valore screditato.

Che la donna sia vittima, in certo senso privilegiata  di questa violenza, che su di lei sia più facile infierire, che costituisca uno degli  anelli deboli  della catena che saltano in tempi travagliati e insicuri, è una costante della storia.

“Enormi condizionamenti in tutti i tempi e in ogni latitudine hanno reso difficile il cammino della donna” riconosce  Giovanni Paolo II  nella “Lettera alle donne”,  ripercorrendo “la lunga storia  dell’umanità  in cui le donne hanno dato un contributo non inferiore  a quello degli uomini, il più delle volte in condizioni ben più disagiate”  fra mille ostacoli,  nell’emarginazione,  nel misconoscimento della loro  dignità, di ogni  diritto in quanto persona.

E’ un fatto  che il cammino della donna sia sempre stato molto faticoso. Tanto più in  tempi  violenti,  non rispettosi per la vita, come quelli che stiamo vivendo, appunto.

E forse il femminismo radicale dovrebbe  almeno fare un esame di coscienza e recitare il mea culpa.

Ha predicato infatti per decenni una cultura contro la famiglia presentata come “l’istituzione dove si definisce la subordinazione femminile”, una cultura  che banalizza la sessualità e usa le sue strategie contro  la vita umana   più debole. Ha lottato e conquistato la libertà di aborto come la  grande vittoria  della donna, senza voler vedere che l’aborto, l’uccisione dell’innocente, avrebbe  segnato con la sua barbarie e con la sua violenza  tutto il vivere della nostra società.

Ha senso allora stracciarsi le vesti di fronte agli esiti perversi di una cultura predicata  da sempre come conquista di civiltà?

Per  fermare l’escalation della violenza non basta  gridare, protestare, accusare.

Per guarire non basta curare i sintomi:  occorre scrutare  e trovare l’origine del male.

Risuona forte il richiamo che  Giovanni Paolo II rivolge alle donne, nella conclusione dell’ enciclica Evangelium vitae, per un nuovo femminismo  che sappia riconoscere ed esprimere il  vero genio  femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento  di ogni forma di discriminazione,  di violenza e di sfruttamento (n.99). Accogliete la vita –  esorta Papa Wojtyla-  in nome di un nuovo femminismo  che esalti la vera natura del femminile, che  della donna sappia accogliere e valorizzare la capacità generativa, di accoglienza, di prendersi cura, di  farsi carico, di amare, di educare.

Sì, anche di educare, perché  il  femminismo  storico, nella sua opera demolitrice, attaccando la famiglia,  ha  attaccato  anche nella donna  colei che trasmette i valori, la tradizione,  la religione, il senso della vita. Ha privato la società di educatori  e i figli dell’educazione  loro dovuta. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

di Marisa Orecchia

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