Donne e stereotipi: la pubblicità del NHS è un insulto

Il National Health System inglese (che corrisponde al SSN italiano) ha lanciato una pubblicità “regresso” decisamente offensiva per le donne.

Possiamo davvero definirla “pubblicità regresso”: i manifesti voluti dal Sistema Sanitario britannico presentano la foto di una scarpa col tacco e di un rossetto, accompagnata dalla scritta «Vuoi rinunciare a questo?», seguita dall’immagine di un ciuccio con la scritta «Per questo?», che intende completare il senso della prima frase.

Si tratta di un’idea della Walsall Healthcare NHS Trust che avrebbe lo scopo di promuovere la “contraccezione d’emergenza” (che può avere effetto abortivo, ma nessuno lo dice, e che ha effetti collaterali davvero pericolosi per la salute delle donne, ma nessuno ne parla). La cosa sta sollevando un’ondata di indignazione generale, tanto da essere stata bollata come “sessista” (è piena zeppa di stereotipi che “loro” dicono di voler combattere...).

Il senso del messaggio pubblicitario, infatti, è che le donne debbano necessariamente scegliere tra diventare madri e conservare intatta la propria femminilità e la propria vita sociale.

Come se fossero femminili solo le donne con tacco dodici e rossetto acceso...

Ma la “dissociazione” indebita, è quella tra maternità e femminilità e contro di essa hanno protestato le donne di tutti gli schieramenti politici.

Ha fatto sentire particolarmente forte la sua voce Rebecca Kiessling, che ha definito la pubblicità «umiliante» perché, non solo presenta un’immagine falsa della maternità e delle molteplici capacità innate delle donne, ma suggerisce anche loro di sacrificare la scelta importante di avere un figlio per “vivere bene”. Mamma di ben cinque ragazzi che ha sempre portato con sé nei suoi viaggi in giro per il mondo e ha sottolineato quanto sia falso il messaggio contenuto nell’inserzione e cioè che il successo e il divertimento debbano necessariamente costare il sacrificio disumano della rinuncia ad avere un bambino.

La dissociazione tra femminilità e maternità non è che il risultato finale di un vero e proprio lavaggio del cervello a cui le donne sono sottoposte da decenni.

Quelle che decidono di avere un figlio, poi, prima, durante e dopo la gravidanza sono spesso assillate dall’imperativo categorico della “remise en forme” da raggiungere in tempi record subito dopo il parto: subiscono un bombardamento costante di immagini pubblicitarie, davvero fasulle, di modelle magrissime che reggono tra le braccia neonati di poche settimane.  L’immagine di puerpera, in forma, sexy e scattante, può provocare quanto meno una certa confusione in chi fa l’esperienza del proprio corpo che già durante la gravidanza cambia giorno dopo giorno per fare amorevolmente spazio ad una nuova creatura.

E se anche per un figlio si rinuncia a un po’ di discoteca e al tubino sexy, ci sentiamo di dire a tutte le donne che, , davvero ne vale la pena: i figli costano sacrifici, certo, ma ripagano 1000 a 1 in termini di amore vero, profondo e di realizzazione personale.

Inoltre il sacrificio del tacco e del rossetto  è davvero temporaneo. Con un po’ di buona volontà (e un po’ di tempo) si torna in piena forma. Al contrario, la decisione di non avere un figlio, con l’andare del tempo, diventa sempre più irrevocabile, trasformandosi in una scelta dalla quale, da un certo momento in poi, non si può tornare più indietro.

Questa pubblicità è frutto  dell’ideologia che vuole scindere la maternità dalle donne, dalla loro essenza, per strapparle questo dono, allo stesso tempo così naturale e così prezioso, e insinua un’ idea della procreazione sempre più disumana e artificiale e in cui la figura materna si dissolve nel completo anonimato (pensiamo alla crudele pratica dell’utero in affitto e alle venditrici di ovociti, esposte tra l’altro a rischi di salute gravissimi).

La maternità, secondo la cultura della morte, è considerata una palla al piede e un retaggio del passato:  stiamo assistendo al tentativo sfacciato di apporre il sigillo su un’aperta e grave forma di discriminazione contro le donne  proprio da parte di quella élite che si considera “progressista”. Ma, nonostante tutto, il compito – che è un dono prezioso – di generare la vita, ancora, le lobby LGBT non sono riuscite a togliercelo.

Manuela Antonacci

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