25/02/2026 di Redazione

Domani l’Europa rischia di cadere nel baratro dell’Erasmus dell’aborto

È prevista domani, 26 febbraio, la decisione della Commissione europea sull’ormai famoso documento “My Voice My Choice”, l’ideologico testo che definisce l’aborto un «diritto fondamentale» e chiede di finanziarlo con fondi dell’Unione, dunque con i soldi dei cittadini europei, per potervi accedere a livello “transfrontaliero”. Una decisione che è diretta conseguenza del voto del Parlamento Europeo dello scorso 17 dicembre, quando una risoluzione collegata proprio a questo documento - approvata con 358 voti favorevoli, 202 contrari e 79 astenuti - ha di fatto “invitato” la Commissione ad agire. Ma è bene ricordare cosa è My Voice My Choice e cosa ora può succedere.

Come nasce My Voice My Choice

La Commissione FEMM (per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) del Parlamento europeo ha approvato, lo scorso 5 novembre, il documento “My Voice My Choice: For Safe and Accessible Abortion”. Una mozione di risoluzione - come abbiamo visto poi approvata dall’Europarlamento - presentata e firmata dalla relatrice Abir Al-Sahlani, di Renew Europe, il tutto attraverso lo strumento di democrazia partecipativa denominato ICE, ovvero Iniziativa dei Cittadini Europei. 

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Cosa prevede My Voice My Choice

Il testo rivendica il presunto e fantomatico «aborto sicuro e legale» come parte integrante dei diritti sessuali e riproduttivi (SRHR) e lo accompagna con un lessico ideologico e fazioso. Basti pensare, infatti, che si parla di «autonomia corporea» (bodily autonomy), riferita ovviamente alle donne, ma senza mai nominare il bambino concepito. Dentro questa cornice, il documento denuncia il «backlash» - ovvero una reazione dura contro i diritti delle donne - e, come se bastasse, condanna fermamente i cosiddetti movimenti “anti-gender”, ovvero i Pro Vita, chiedendo un’azione europea più mirata ed efficace per salvaguardare la bodily autonomy e assicurare accesso universale a contraccezione, aborto e servizi correlati. Si invita inoltre la Commissione a «fare pieno uso» delle competenze sanitarie nel programma EU4Health 2021-2027 e a istituire un meccanismo finanziario opt-in (volontario per gli Stati) che consenta di cofinanziare o rimborsare le IVG anche in regime transfrontaliero

L’Erasmus dell’aborto

Si parla inoltre di «circa 20 milioni di donne in Europa» senza accesso a un aborto «sicuro e legale», di fantomatici viaggi forzati oltreconfine per aggirare vincoli domestici. Sotto il profilo operativo-finanziario, il testo afferma che la Commissione ha già valutato che il meccanismo di sostegno economico non andrebbe ad incidere sull’organizzazione delle politiche sanitarie nazionali, ma allo stesso tempo ricorda anche che i fondi UE sono già stati impiegati, ad esempio, per finanziare direttamente servizi sanitari come gli screening oncologici, di fatto equiparando le prestazioni sanitarie per i tumori a quelle per procurare l’aborto. La richiesta finale è dunque di blindare il meccanismo nei bilanci pluriennali per «continuare a migliorare la salute in Europa», in particolare con l’accesso all’aborto. In sintesi, quindi, il documento fa tre “salti di qualità”: spinge l’aborto dentro la categoria dei diritti fondamentali, normalizza la spesa europea per IVG (anche oltreconfine) e colpisce il dissenso pro-life. Un’impostazione che è stata già duramente criticata da Pro Vita & Famiglia come un vero e proprio “Erasmus dell’aborto”.

Cosa può decidere la Commissione

Come detto, è attesa per domani la decisione della Commissione europea, chiamata a pronunciarsi sull’Iniziativa “My Voice, My Choice”. Non si tratta di un “voto” parlamentare, ma della risposta formale dell’Esecutivo UE su come intende procedere. Gli scenari possibili sono essenzialmente tre: la Commissione può decidere di dare seguito all’iniziativa presentando una proposta (anche sotto forma di misure o strumenti finanziari, come l’ipotesi di un meccanismo “opt-in” sostenuto da fondi europei), può scegliere una via intermedia, limitandosi ad annunciare azioni non legislative come studi, linee guida o iniziative di coordinamento, oppure può non procedere affatto, spiegando pubblicamente le ragioni della scelta. In ogni caso, la decisione di domani sarà un passaggio politicamente rilevante perché indicherà se Bruxelles intende trasformare l’iniziativa in una spinta concreta verso interventi europei su un tema che resta, per competenze e sensibilità, saldamente ancorato alle legislazioni nazionali, oltre che per noi disumano poiché si trasforma l’uccisione di un bambino nel grembo materno in un “diritto”, tra l’altro altamente tutelato e finanziato se questa linea abortista dovesse passare.

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Gli scenari più probabili

Ad oggi gli scenari più probabili sembrano essere sostanzialmente due, agli antipodi. Innanzitutto quello di dare seguito alla proposta e quindi di spingere per un meccanismo opt-in. Lo scenario sarebbe dunque quello di creare (o favorire) un canale di finanziamento su base volontaria: gli Stati membri che lo desiderano potrebbero aderire e contribuire e/o partecipare a uno strumento sostenuto anche da risorse dell’Unione Europea per coprire o facilitare costi e percorsi legati all’accesso all’aborto, compresi — secondo l’impostazione politica già emersa — casi di mobilità verso Paesi dove è “legale e sicuro”, il tutto dichiaratamente “nel rispetto” delle legislazioni nazionali. In pratica, non verrebbe imposta una norma unica europea, ma verrebbero introdotti incentivi e supporto economico per aggirare, di fatto, i limiti esistenti in alcuni ordinamenti tramite un sistema di adesione facoltativa. Una possibilità che, anche se non va a colpire direttamente gli Stati e quindi neanche l’Italia, è ovviamente anch’essa totalmente da rigettare secondo Pro Vita & Famiglia. La seconda possibilità, che invece rappresenterebbe una vittoria pro life sulla questione, vedrebbe la Commissione respingere l’iniziativa “My Voice, My Choice”. Secondo alcuni dei promotori della stessa iniziativa, infatti, la Commissione sarebbe orientata per un approccio negativo, dunque per non agire e lasciare ai singoli Stati - e alle loro legislazioni - i modi e i tempi con cui regolamentare, favorire o vietare l’aborto. Un’indiscrezione per ora non confermata, ma che potrebbe anche essere una sorta di “bluff” da parte di chi ha proposto “My Voice, My Choice”, solo per mettere ulteriore pressione sui commissari.

 

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