In Italia si parla tanto, ormai lo sappiamo fin troppo bene, di inverno demografico, di culle vuote e di un Paese che invecchia. Ma quando si prova a capire perché tante coppie rinunciano ad allargare la famiglia, o addirittura a formarne una, i numeri raccontano una realtà molto concreta: chi i figli li ha già si ritrova spesso da solo, costretto a scegliere tra lavoro e cura. A confermarlo è la nuova indagine «Lavoro di cura domestico – Genitori senza rete», realizzata da Ipsos Doxa per Nuova Collaborazione, l'Associazione nazionale datori di lavoro domestico, su un campione di 5.655 persone tra i 25 e i 75 anni.
Una corsa a ostacoli?
Il dato più eloquente è quello che riguarda il lavoro: per quasi due genitori di figli minori su tre, il 64%, le esigenze di cura hanno già comportato almeno un cambiamento nella propria attività professionale. Il 21% ha ridotto l'orario, il 13% ha smesso temporaneamente di lavorare, il 12% ha rinunciato a trasferte o straordinari e l'11% è passato al part-time. E non si tratta soltanto di aggiustamenti temporanei, perché la cura dei figli incide in profondità anche sulle prospettive di carriera: il 10% dei genitori ha rinunciato a offerte di lavoro, il 6% a promozioni o scatti di carriera, un altro 6% ha cambiato lavoro o settore e un ulteriore 6% ha smesso definitivamente di lavorare.
Genitori lasciati soli
Dietro queste percentuali c'è una fatica quotidiana che molte famiglie conoscono bene. Il 55% dei genitori racconta di essersi trovato in difficoltà, senza sapere come gestire i bisogni di cura dei figli, e tra le madri la quota sale addirittura al 62%. Davanti a queste situazioni la prima risposta è quasi sempre il sacrificio personale: il 76% ha posticipato o annullato impegni propri, il 67% ha chiesto aiuto ai parenti e il 53% ha ridotto o sospeso il lavoro almeno occasionalmente. Solo il 31% si è rivolto a servizi a pagamento e il 30% agli amici. A mettere in crisi la gestione familiare sono soprattutto gli imprevisti. Il 54% dei genitori indica le emergenze e le situazioni inattese come il momento più difficile da affrontare, il 47% segnala le chiusure scolastiche e le vacanze, il 26% la malattia dei familiari. Appena l'8% dichiara di non incontrare difficoltà in nessuna circostanza. Anche i servizi sul territorio, del resto, non sono uguali ovunque: i giudizi positivi arrivano al 62% per nidi e servizi per la prima infanzia e al 52% per doposcuola e centri educativi, ma scendono al 39% per l'assistenza domiciliare agli anziani.
Il ruolo, fondamentale, dei nonni
La ricerca arriva alla vigilia della Festa dei Nonni del 2 ottobre, e non è un caso che proprio i nonni emergano come il primo sostegno al di fuori del nucleo genitoriale, indicati come figura di cura dal 31% dei genitori con figli minori. Oltre la famiglia, però, le alternative restano poche: soltanto il 4% ricorre a una babysitter, mentre educatori professionali e assistenti sono indicati dal 2%. Un quadro che conferma ciò che l'esperienza di milioni di italiani già suggerisce, ovvero che la famiglia resta il vero pilastro della cura nel nostro Paese. Lo pensa il 79% dei genitori di figli minori, che la mette davanti al mercato privato (59%), allo Stato e ai servizi pubblici (42%) e al volontariato e terzo settore (41%). Quando però si chiede chi dovrebbe avere la responsabilità maggiore, il 39% indica la famiglia e il 35% lo Stato e i servizi pubblici, segno di una domanda di sostegno pubblico che oggi resta in larga parte inevasa. E lo sguardo sul futuro non è più rassicurante, visto che l'80% ritiene che probabilmente o sicuramente avrà bisogno di assistenza. Al peso organizzativo si somma poi quello economico. Nell'ultimo anno, infatti, il 54% dei genitori di figli minori ha pagato servizi di cura al di fuori dell'offerta pubblica, escluse le rette scolastiche ordinarie e le spese mediche: il 14% lo ha fatto regolarmente, il 40% in modo occasionale. Per l'80% di chi ha sostenuto queste spese l'impatto sul bilancio familiare è almeno abbastanza rilevante, e il 69% ha dovuto rinunciare ad altre spese importanti o rimandarle almeno qualche volta. In tutto ciò nemmeno il mondo del lavoro sembra in grado di colmare il vuoto: tra i dipendenti, infatti, il welfare aziendale per i servizi di cura è disponibile solo per il 24%, mentre il 23% dei genitori non dispone di alcuno strumento di conciliazione.
Servono sostegni più strutturati
«I nonni continuano a rappresentare una risorsa preziosa, ma la cura non può essere affidata soltanto alla disponibilità e al sacrificio delle famiglie», ha commentato Alfredo Savia, presidente di Nuova Collaborazione, sottolineando che, quando più della metà dei genitori fatica a rispondere ai bisogni dei figli e la soluzione diventa ridurre il lavoro o rinunciare a opportunità professionali, questo «significa che serve un sostegno più forte e strutturato». In tal senso, uno dei nodi individuati dalla ricerca riguarda l'accessibilità del lavoro domestico regolare. L'89% del campione ritiene che il lavoro domestico senza contratto sia molto diffuso in Italia; per il 60% la causa principale è il costo troppo alto del contratto regolare e per il 41% le agevolazioni fiscali esistenti non compensano abbastanza.
La questione però – come abbiamo visto – esce dal perimetro del welfare e diventa anche una questione di futuro del Paese. Non è possibile pensare di combattere l'inverno demografico – quindi la denatalità galoppante – se poi mettere al mondo un figlio significa, per la maggioranza dei genitori, rimetterci in termini di lavoro, di tempo e di denaro. Le famiglie, come ha confermato anche questa indagine, fanno già moltissimo e reggono sulle proprie spalle, spesso con l'aiuto insostituibile dei nonni, un carico che nessun altro si prende. Ciò che manca, dunque, è una politica capace di riconoscere questo impegno e di sostenerlo in modo stabile, concreto e non episodico. Perché l'inverno demografico si combatte – anche e soprattutto – mettendo madri e padri nelle condizioni di non dover scegliere tra i figli e il lavoro.