22/04/2026 di Fabio Piemonte

Cosa ci insegna il caso del bambino lasciato nella Culla per la Vita di Bergamo

Il caso del neonato lasciato nella Culla per la Vita di Bergamo mostra quanto questi strumenti, insieme anche e soprattutto al parto in anonimato, possano salvare vite e ci insegna quanto sia fondamentale sostenere le donne e le famiglie in difficoltà.

«Ti auguro una vita piena di gioia e di serenità, che in questo momento non ti possiamo dare. Ma sei stato tanto amato. Ti amo tantissimo». Queste poche parole commoventi - scritte molto probabilmente da sua madre e affidate a una breve lettera - sono state poste accanto a un bimbo appena nato affidato, domenica scorsa, alla Culla per la vita della Croce Rossa situata nel quartiere Loreto di Bergamo. Una volta deposto il figlio nella Culla per la Vita, è subito scattato in automatico il sistema di protezione collegato con il 118, per cui sono intervenuti tempestivamente gli operatori della stessa Croce Rossa a soccorrere il bimbo, il quale è stato poi prontamente trasferito all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che ne ha constatato a stretto giro le buone condizioni di salute.

Le Culle per la Vita

L’esito di questo episodio di cronaca evidenzia la preziosità dello strumento delle Culle per la Vita che - insieme anche e soprattutto con il parto in anonimato - spesso rappresenta una fondamentale alternativa nella prospettiva della tutela del diritto alla vita di chi non ha voce. Tali Culle offrono infatti anzitutto a madri in difficoltà o disperate la possibilità di non abortire, ma anche di evitare che i loro figli siano abbandonati per strada o, peggio, nei cassonetti tra i rifiuti, come pure purtroppo già tristemente accaduto più di una volta nel nostro Paese. Questa vicenda testimonia dunque come talvolta basti un piccolo grande gesto per salvaguardare una vita fragile e indifesa, qual è quella di un bimbo appena nato. 

L’amore di una madre è più tenace di ogni ostacolo

Il caso di Bergamo però ci insegna anche tanto altro, perché le parole commoventi di questa madre ci hanno mostrato come la vita di un nuovo essere umano possa sempre essere accolta, anche nonostante le difficoltà economiche o il disagio sociale che una madre o una famiglia si possano trovare ad attraversare. Pur manifestando il suo estremo momento di difficoltà, infatti, questa mamma ha fatto comprendere quanto infinitamente preziosa possa essere la vita di suo figlio e che, se solo non avesse avuto determinate difficoltà, lo avrebbe ovviamente accolto. Nella lettera, inoltre, si cela il desiderio - non solo della madre, ma anche di un ipotetico partner o dell’intera famiglia, poiché è scritta al plurale, “non ti possiamo dare” - di trovare chi si possa occupare con amore del bambino appena partorito. 

Una storia monito per tutti, anche per la politica

Insomma, questa storia ci consegna ancora una volta, seppur tra le lacrime e la commozione di una madre, un dato sul quale non ci si sofferma mai sufficientemente a meditare e riflettere: l’amore di una madre è talmente tenace da esser capace di gettare il cuore oltre ogni ostacolo di qualsiasi natura. Di qui, nel solco delle lacrime di questa madre e allargando lo sguardo in una prospettiva più generale, ci sembra opportuno cogliere quest’episodio di cronaca anche quale occasione per ricordare alla politica che il dovere di uno Stato e di una società civile è proprio quello di custodire la vita umana sin dal suo concepimento nel grembo materno, rimuovendo le difficoltà economiche, sociali e culturali che talvolta una gravidanza indesiderata, fragile o difficile può comportare - in special modo nei casi di una madre lasciata da sola o di una famiglia disagiata - destinando maggiori misure e risorse alla sua tutela, piuttosto che mettendole in campo per sovvenzionare leggi che la sopprimono. 

 

 

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