10/09/2017

Cosa è vita e cosa è morte: il caso Jahi McMath

Quando mezzo mondo era in apprensione per il piccolo Charlie Gard,  abbiamo pubblicato la testimonianza di un illustre clinico americano, il dottor Paul A. Byrne, che spiegava come fosse facile negli ospedali dichiarare morte cerebralmente persone che invece – pur essendo gravemente handicappate, in PSV o SMC (persistente stato vegetativo, o stato di minima coscienza) – sono tenacemente aggrappate alla vita.

Scriveva il dottor Byrne che ci sono tanti “Altri bambini come Charlie”  e tra questi citava il caso che lui aveva seguito personalmente di Jahi McMath: «Era in un ospedale per bambini a Oakland, in California nel 2013. Il 12 dicembre i medici hanno firmato il suo certificato di morte: “morte cerebrale”. Ma la madre non si è arresa. Ha portato la bambina nel New Jersey dove è stata rianimata e curata. Oggi Jahi ha 16 anni e vive a casa con la sua famiglia nel New Jersey. Non può tornare in California perché lì risulta morta. Chissà quanto tempo ci vorrà alla burocrazia e alla legge della California per ammettere che Jahi è ancora viva».

Jady era stata dichiarata morta, ora è tornata in vita?

Questo tempo, forse, è arrivato. Un giudice californiano, infatti, ha deciso che la ragazza potrebbe essere ancora in vita.

Il giudice della contea di Alameda, Stephen Pulido, ha  ascoltato  esperti e ha visto delle video-registrazioni da cui si desume che Jahi è in stato di minima coscienza, quindi è in vita, nonostante altri specialisti insistano per la morte cerebrale.

Dal 2013, quando Jahi ha subito una tonsillectomia che le ha causato una grave emorragia e un arresto cardiaco con conseguente grave privazione di ossigeno al cervello, la battaglia legale tra i genitori di Jahi e i medici che  – dichiarandola morta – volevano  in realtà toglierle la vita (come Terri Schiavo) si è svolta davanti a diversi tribunali.

Ora il giudice Pulido ha convocato una giuria che deve prendere una decisione finale.

Un risvolto economico non indifferente di tutta la faccenda è che l’ospedale che ha sbagliato l’operazione alle tonsille nel 2013 ha dovuto risarcire la famiglia di Jahi per la sua morte. Ma se la ragazza è in vita – una vita gravemente menomata – il risarcimento che le spetterebbe sarebbe notevolmente più alto. Si sa: i disabili e le persone in SMC o PSV costano. Per questo la soluzione eutanasica, con la scusa che “una vita menomata non è vita”, quindi è morte, conviene al portafoglio di molti.

Che cosa è la morte e che cosa è la vita?

BioEdge riporta le osservazioni di un insigne bioeticista americano, Thaddeus Mason Pope, che invoca un  “linguaggio chiaro e preciso” nel  dibattito etico: è assurdo che una persona come Jahi possa essere stata dichiarata morta se ora viene dichiarata in vita. Probabilmente i criteri in base ai quali si dichiara la morte cerebrale vanno rivisti.

Certamente. Basterebbe rispolverare la nozione tradizionale di morte. Ne parlammo qualche tempo fa con dottor Luca Poli (potete leggere l’intera intervista qui).

“E’ morte solo la cessazione totale e definitiva della vita e di ogni funzione vitale: cardiaca, respiratoria e cerebrale. Il Churcill’s medical dictionary, del 1994, definisce la morte «cessazione della vita che si verifica in assenza di battito cardiaco spontaneo e di respiro»; il Dizionario medico illustrato Dorland del 1985, la definisce «cessazione della vita; cessazione permanente delle fun- zioni corporee vitali […] cessazione irreversibile di tutte le seguenti funzioni: funzione cerebrale totale, funzione spontanea del sistema respiratorio, funzione spontanea del sistema circolatorio».

La nuova definizione di morte cerebrale è stata formulata ad hoc a sostegno della pratica dei trapianti d’organo segnatamente di cuore e dichiaratamente al fine di reperire organi. Il principio eversivo è il seguente: «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo», circostanza questa che costituisce un assurdo scientifico e giuridico impossibile a riscontrarsi in quanto la morte cerebrale non è diagnosticabile. Ciò che è stato fatto in realtà è di stabilire artificiosamente l’equivalenza tra coma profondo e morte cerebrale, tant’è vero che le modalità cliniche e strumentali per accertare quest’ultima sono demandate a un decreto del ministro della sanità con differenti modalità per ogni Stato, e anche nello stesso Stato con tempi diversi”.

Morte e vita sono e devono restare concetti oggettivi, attinenti alla oggettiva realtà delle cose

Con tali considerazioni la sorte della questione giudiziaria relativa alla povera Jahi ha un’importanza notevole. Anche perché si tende ad abbandonare la definizione di morte come concetto biologico, per considerarla un fatto sociologico (relativo alla qualità della vita), il che comporta la cosificazione e lo sfruttamento della persona, a discapito ovviamente dei più deboli e vulnerabili.

E comunque  è triste e preoccupante dover constatare che  il fatto che una persona morta o in vita non sia più un dato oggettivo, ma sia stabilito dei giudici e dalla legge dello Stato.

Redazione


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