11/04/2020

Coppia di anziani italiani sceglie il suicidio assistito in Svizzera

«Da Trieste giunge in queste ore la storia di una coppia di anziani che, dopo 55 anni insieme, ha scelto il suicidio assistito in Svizzera per finire insieme la loro storia d’amore iniziata decenni fa», leggiamo su La Stampa. Lui «stava per morire a causa di una malattia incurabile» ed è stato accompagnato nell’ultimo passo dalla consorte.

Arrigo e Monika muoiono, dunque, il 24 febbraio in un appartamento della Pegasos Swiss Association, organizzazione che accompagna gli aspiranti suicidi nelle loro ultime fasi, in provincia di Basilea.

«Una delle tre figlie spiega che il padre, cieco da un occhio a seguito di un incidente domestico, da anni pativa una insufficienza renale e le conseguenze di un infarto (viveva con cinque bypass). Inoltre, era iperteso e soffriva di un’artrosi diffusa. Il signor Arrigo aveva rifiutato la dialisi perché la considerava un accanimento terapeutico. La moglie, come racconta una figlia, soffriva di fibrillazione atriale, aveva un’artrosi all’anca e un braccio offeso. L’insonnia la perseguitava», spiega La Nuova Bussola Quotidiana. «Papà soffriva molto per la perdita della sua dignità personale», avrebbe dichiarato una delle figlie.

Insomma, i due hanno vissuto anni di grandi sofferenze: il degenerare delle condizioni di salute di entrambi, l’ansia provocata dall’avanzare dell’età, dal procedere incessante della malattia, dall’appropinquarsi della morte per lui e di un grave lutto per lei sono condizioni indubbiamente difficili da affrontare.

Ma la malattia non è “perdita di dignità personale”. Non siamo solo il nostro corpo, ma molto di più. Una situazione di malattia o di disabilità non riduce la nostra dignità umana. Solo un’ideologia malvagia e antiumana, come quella dell’eutanasia, può indurre a ritenere una persona meno degna di vivere in base alla qualità della sua vita. Altrimenti non si può che cadere in derive eugenetiche che vedono nel sofferente un peso da eliminare, un costo inutile e non più un uomo. 

Come afferma monsignor Crepaldi, vescovo di Trieste, attualizzando la vicenda alla situazione di emergenza sanitaria che stiamo attraversando: «Questa decisione porta con sé un messaggio tutto all’opposto di ciò che si sta facendo per salvare con grave rischio molte vite umane. Questa “cultura”, che va contro il rispetto della vita anche nella sofferenza, è un anti-messaggio che umilia tutti coloro che si prodigano per dare dignità ad ogni aspetto della nostra esistenza».

 

di Luca Scalise

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