11/01/2021 di Giuliano Guzzo

Come Nancy Pelosi vuole cancellare “padre” e “madre”

Sarà il Congresso «più inclusivo della storia». Parola della democratica Nancy Pelosi, guida della Camera dei deputati americana, la quale - secondo quanto emerso da più fonti giornalistiche - intende proporre al più presto delle modifiche al regolamento lessicale dell’aula per «rispettare tutte le identità di genere». Ma non saranno modifiche lievi, anzi, saranno interventi che, se davvero approvati, avranno effetti drammatici, segnando un autentico spartiacque culturale.

Sì, perché l’idea è quella di mettere sostanzialmente al bando i pronomi maschili e femminili nonché, attenzione, termini come «madre» e «padre», «figlio» e «figlia», «zio» e «zia», da sostituirsi con i più neutri «genitore», «bambino» e «fratello del genitore». Si tratterà, insomma, di una vera e propria sterilizzazione del linguaggio in salsa gender, che non può non far pensare e che alimenta un autentico paradosso. Il paradosso è quello per cui, in seno alle istituzioni della più antica democrazia del mondo, sarà considerato sconveniente se non proibito impiegare parole antropologicamente fondamentali come, appunto, «madre» e «padre».

«Madre» e «padre» che, lo si sottolinea, nulla hanno di violento, patriarcale o altro; al contrario, sono parole che definiscono i pilastri fondamentali della famiglia, a sua volta «cellula» fondamentale di una società dal momento che – come insegnano studiosi di fama mondiale, come il sociologo italiano Pierpaolo Donati – nessuna realtà o comunità umana, nella storia, è mai riuscita a fare a meno, appunto, di detta «cellula», se non correndo un concreto rischio di estinzione. Non è finita, dato che i propositi della Pelosi hanno un inquietante ed illustre precedente storico e ideologico.

Il riferimento, qui, è all’ideologia comunista. Già, perché non solo i libri di storia raccontano come i sovietici fecero di tutto, e da subito, per smantellare la famiglia che oggi alcuni chiamano «tradizionale» – abolendo il matrimonio religioso, introducendo pioneristicamente il divorzio nonché un riconoscimento delle unioni di fatto -, ma perché è proprio dall’humus culturale comunista, anni prima che il movimento Lgbt vedesse la luce, che si è fatta largo l’assurda idea che «madre» e «padre», dopotutto, non siano così indispensabili né per un figlio né, di riflesso, per la stessa società.

Lo scriveva nero su bianco lo psichiatra comunista David Cooper (1931-1986), il quale, decenni addietro, in un libro dal titolo fin troppo eloquente - La morte della famigliasi augurava proprio l’abolizione delle figure materna e paterna. «Non abbiamo più bisogno di padri o di madri», scriveva infatti Cooper, «abbiamo solo bisogno di “maternage” e “paternage”». Ora, è chiaro che queste parole avevano – o volevano avere – una valenza anzitutto sociologica, e non riguardavano certo la terminologia della Camera dei deputati americana.

Eppure è impossibile non notare la consustanzialità culturale tra questi propositi ideologici comunisti di ieri e quello che oggi l’avanguardia liberal, Nancy Pelosi in primis, ci propone e ci propina. In effetti, anche in questo aspetto la storia sembra proprio ripetersi. Ma non è affatto, ecco il punto, una bella storia, essendo la storia di un accanimento ideologico contro la famiglia, un asse rimosso il quale ogni comunità umana non è affatto più «inclusiva», come ci viene raccontato, ma solo più sola e destinata – non necessariamente subito, ma presto - a sfaldarsi.

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