27/03/2026 di Redazione

CIO: no atleti trans in sport femminili. Ecco cosa cambia e perché è una vittoria di Pro Vita

Da Los Angeles 2028 test genetico obbligatorio per partecipare alle Olimpiadi: una svolta storica per la tutela dello sport femminile e delle donne.

È una decisione attesa da molti, invocata da atleti, medici e federazioni sportive di tutto il mondo. Tanto attesa quanto storica e, in positivo, dirompente: il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha annunciato una riforma strutturale delle regole di partecipazione alle competizioni femminili olimpiche. A partire dai Giochi di Los Angeles 2028, infatti, ogni atleta che voglia gareggiare nella categoria femminile sarà tenuta a sottoporsi a un test genetico specifico, volto a verificare l'assenza del gene SRY, ossia il gene che determina lo sviluppo sessuale maschile. La nuova policy prevede quindi una modalità di accertamento assolutamente in linea con la scienza e la biologia, che sarà valida per tutta la vita dell'atleta: chi lo supererà, cioè risulterà priva del gene SRY, sarà considerata idonea a competere nelle gare femminili olimpiche senza necessità di sottoporsi a ulteriori verifiche in futuro. 

Ha vinto la verità

Non si tratta di una norma nata dal nulla: è la stessa strada già percorsa dalla Federazione Internazionale di Atletica Leggera (World Athletics), che aveva introdotto criteri analoghi già prima dei Campionati Mondiali di Tokyo del settembre 2023. Il CIO, con il proprio annuncio, eleva questa impostazione a standard globale per tutti gli sport olimpici. L'implicazione più immediata e rilevante è inequivocabile: gli atleti transgender che abbiano quindi effettuato una transizione da maschio a femmina - per non parlare di chi si “autoidentifica” donna - non potranno più prendere parte alle competizioni olimpiche femminili.

Le parole della presidente CIO Coventry 

A dare voce e volto alla nuova policy del CIO è stata Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale - nonché ex nuotatrice zimbabwese, sette volte medagliata olimpica - che ha illustrato i principi ispiratori della riforma con parole nette e senza ambiguità. Le sue dichiarazioni segnano inoltre una discontinuità marcata rispetto al linguaggio prudente e spesso evasivo che aveva caratterizzato le comunicazioni ufficiali del CIO negli anni precedenti, quando l'organismo internazionale aveva preferito lasciare alle singole federazioni sportive la responsabilità di normare le singole fattispecie. «Da ex atleta - ha dichiarato Coventry - credo fermamente nel diritto di tutti gli olimpici di partecipare a gare eque e leali. La policy che adotteremo si basa sugli esiti di ricerche scientifiche molto approfondite condotte da medici esperti della materia. Ai Giochi anche il più piccolo margine può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta. È quindi chiaro che non sarebbe giusto per un atleta che biologicamente è un uomo prendere parte alle stesse gare di chi è biologicamente donna. Anche perché l'eventualità, in alcune discipline, risulterebbe molto pericolosa. Tutti devono essere trattati con rispetto e dignità: le atlete saranno testate un'unica volta nella vita e tutto il processo sarà molto chiaro, con possibilità di counselling».

Le parole di Coventry assumono un peso specifico considerevole. In primo luogo, perché provengono da una sportiva in prima persona, che conosce dall'interno la cultura sportiva e sa bene cosa significhi arrivare sul podio dopo anni di sacrifici, allenamenti e dedizione totale. In secondo luogo, perché citano esplicitamente il concetto di pericolo fisico, un elemento che raramente era stato evocato con tale franchezza nelle comunicazioni istituzionali: in alcune discipline di contatto o di potenza, la presenza di un atleta con una struttura biologica maschile rappresenta oggettivamente un rischio per l'incolumità delle avversarie. In terzo luogo, perché la presidente del CIO riconosce apertamente la distinzione tra biologia maschile e femminile come criterio fondante della separazione delle categorie competitive, una posizione che fino a poco tempo fa sarebbe stata addirittura considerata controversa in certi ambienti istituzionali e politicamente corretti.

Il gene SRY e il caso Khelif

Per comprendere la portata scientifica e simbolica della nuova norma, è indispensabile soffermarsi su cosa sia esattamente il gene SRY e perché la sua presenza o assenza nel patrimonio genetico di un individuo costituisca un discrimine tanto rilevante. Il gene SRY (acronimo di Sex-determining Region Y) è un fattore di trascrizione fondamentale situato sul braccio corto del cromosoma Y, responsabile dell'avvio dello sviluppo maschile. In altre parole, è il gene SRY a “decidere”, a livello molecolare, che un embrione svilupperà organi sessuali maschili anziché femminili. La presenza del gene SRY è quindi strettamente connessa allo sviluppo di una fisiologia maschile: maggiore produzione di testosterone endogeno, massa muscolare strutturalmente più elevata, densità ossea superiore, capacità cardiopolmonare potenziata. Tutti questi elementi costituiscono vantaggi fisici documentati e misurabili nelle prestazioni atletiche, vantaggi che nessuna terapia ormonale riuscirà mai a eliminare completamente. Studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, tra cui le ricerche citate dalla stessa World Athletics per giustificare la propria policy, hanno infatti dimostrato che anche dopo anni di terapia ormonale di cosiddetta “femminilizzazione”, gli atleti transgender nati maschi conservano significativi vantaggi in forza, resistenza e potenza rispetto alle donne.

In questo contesto scientifico si inserisce in modo diretto il caso di Imane Khelif, la pugile algerina al centro delle polemiche durante i Giochi Olimpici di Parigi 2024. Khelif era stata squalificata dall'IBA (International Boxing Association) prima delle Olimpiadi per aver fallito un test di idoneità al genere femminile. Il CIO aveva però deciso di ammettere ugualmente Khelif ai Giochi di Parigi. La vicenda, nonostante le proteste di gran parte dell’opinione pubblica, si concluse addirittura con la vittoria della medaglia d’oro da parte di Khelif, che lungo il suo percorso olimpico incontrò anche la pugile italiana Angela Carini, la quale si ritirò dal match contro Khelif. Proprio Khelif, soltanto molti mesi dopo, ammise di possedere il gene SRY. Ebbene, ora con l'adozione del test SRY come criterio ufficiale a partire da Los Angeles 2028, il CIO risponde - indirettamente ma inequivocabilmente - proprio a quel caso, ammettendo che il criterio biologico genetico è il più appropriato.

Una vittoria di Pro Vita & Famiglia

Come abbiamo visto, quindi, la decisione del CIO arriva al termine di un percorso lungo, tenace e spesso controcorrente, nel quale anche Pro Vita & Famiglia ha fatto la sua parte, pagando talvolta il prezzo di essere additata come «intollerante» o «retrograda» da chi preferiva ignorare le evidenze scientifiche pur di non mettere in discussione un certo dogmatismo ideologico Lgbt. Ma la storia, come spesso accade, ha dato ragione a chi era dalla parte della realtà. L’impegno dell’associazione nasce infatti proprio durante le Olimpiadi di Parigi 2024, quando il caso Imane Khelif esplose sulle prime pagine di tutto il mondo. Pro Vita & Famiglia fu tra i primissimi soggetti italiani a prendere una posizione pubblica e netta, schierandosi senza esitazioni dalla parte delle atlete donne. L'associazione lanciò immediatamente una petizione online che, in pochissimo tempo, superò le 33.000 firme e, durante le recenti Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, ha proseguito in questa sua campagna, con delle affissioni stradali con il messaggio “Solo donne contro le donne”.

La decisione del CIO rappresenta dunque, per Pro Vita & Famiglia e per tutti coloro che hanno sostenuto questa battaglia, una vittoria di civiltà, di buon senso e soprattutto una vittoria per la dignità, il benessere e la salute di milioni di atlete e donne in tutto il mondo.

 

 

 

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