23/11/2021 di Luca Marcolivio

Caso Liceo Cavour. Montaruli (FdI): «Asterisco è un simbolo di omologazione. Così si va in cortocircuito»

La vicenda del Liceo Classico “Cavour” di Torino non nasce affatto da un’iniziativa isolata dell’istituto ma dall’adesione, seppur poi travisata, a un progetto del Ministero dell’Istruzione. L’intento ministeriale, infatti, pur di per sé meritorio, in questo caso si è però tradotto in un provvedimento che crea confusione lessicale e, verosimilmente, non contribuisce affatto a realizzare l’obiettivo dichiarato: educare gli studenti a combattere le discriminazioni.

Declinare tutti i sostantivi con un asterisco finale, piuttosto che secondo le regole della grammatica italiana (“student-e” e “student-essa”, “ragazz-o” e “ragazz-a” diventerebbero indistintamente “student*” e “ragazz*”), è sia inutile che dannoso. A criticare il nuovo protocollo del Liceo “Cavour” di Torino, c’è, tra gli altri, l’onorevole Augusta Montaruli, che, a Pro Vita & Famiglia, ha anticipato i contenuti dell’interrogazione che la stessa deputata di Fratelli d’Italia rivolgerà nei prossimi giorni al Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi.

 

Onorevole Montaruli, il preside del “Cavour”, Vincenzo Salcone, afferma che la sua iniziativa, andando contro le discriminazioni, dà attuazione a un principio costituzionale. È così?

«Assolutamente no. È vero che non discriminare significa dare attuazione al trattato costituzionale. L’asterisco, però, equivale a un annientamento di qualunque tipo di identità, storpia la lingua italiana e non favorisce nessun passo in avanti rispetto ai principi di non discriminazione. Si dice che la lingua italiana è costantemente in evoluzione: anche questo è vero, ma essa si evolve rimanendo fedele alle proprie radici, ovvero al latino. Pertanto, il termine “studenti”, seppur declinato al maschile e al plurale, contiene tutte le identità possibili e immaginabili, finanche se qualcuno non dovesse credere al fatto che nasciamo o maschi o femmine».

È sempre il preside del Cavour ad affermare che «le generazioni che frequentano adesso le superiori sono molto avanti», nel senso che sono più sensibili alle discriminazioni. Lei è d’accordo?

«Io direi, piuttosto, che le nuove generazioni sono andate in cortocircuito. Il problema nasce da questo fatto di cercare maniacalmente la declinazione al femminile di qualsiasi tipo di termine [Es. “sindaca” anziché “sindaco”, ndr]. Senza considerare che i ruoli, di per sé, sono neutri e che, quando sono declinati al maschile, non c’è nessuna sopraffazione del maschile sul femminile, né dell’uomo sulla donna. Si tratta, semplicemente, di parole espresse nel genere maschile ma, nella loro sostanza, neutre. Invece, da qualche anno a questa parte, grazie anche a un femminismo spinto, che si è occupato più delle parole che non dei reali problemi che le donne vivono, ci si è ostinati a declinare tutte le parole al femminile. Davanti alle sfide di inclusione, come sono quelle che il liceo Cavour ha dovuto affrontare (questa storia nasce da una riflessione rispetto a un ragazzo che ha fatto un percorso di transizione di genere), ci si è trovati assolutamente impreparati, perché è chiaro che, nel momento in cui c’è l’ossessione di declinare tutto al femminile, ripetere continuamente l’espressione “studenti e studentesse”, davanti a una persona che fa un percorso di transizione di genere, ha generato un cortocircuito. Non si rendono conto che le persone nascono maschio e femmina, sebbene possano esserci persone che scelgono un percorso di transizione di genere, che nella lingua italiana è già contenuto tutto e che non è necessario ricorrere ai segni grafici. Quindi, c’è chi non comprende che la parola “studenti” non offende nessuno, è inclusiva, onnicomprensiva e non nasconde nessuna identità, come invece avviene con l’asterisco. Vuole sapere, però, qual è il risvolto più ridicolo della vicenda?».

Qual è?…

«Qualche giorno fa, a Mattino 5, è stato ospitato un professore che, quando il conduttore gli ha domandato come andasse letta la parola “student*”, si è ritrovato del tutto impreparato, perché lui, durante le assemblee, dice “studenti e studentesse”. Non tutte le nuove generazioni, comunque, sono rappresentate dalla ragazza coinvolta in questa vicenda. Ho massimo rispetto per tutte le idee ma è una voce tra le tante, c’è anche chi è contrario a queste complicazioni linguistiche».

Cosa riferirà al Ministro Bianchi, nella sua interrogazione?

«Innanzitutto, dirò che questa iniziativa del Liceo “Cavour” di Torino nasce dall’adesione a un progetto meritorio del Ministero dell’Istruzione ma va fuori contesto. In secondo luogo, ricorderò che la scuola (oltre, ovviamente ad insegnare la lingua italiana) dovrebbe insegnare ai ragazzi il coraggio di affermare ciò che si è, non a nascondersi dietro un asterisco che è il simbolo plastico di un’omologazione. Quindi chiederò al ministro Bianchi se non trovi opportuna un’ulteriore riflessione rispetto a queste iniziative che, da quanto ho appreso, sono state attivate anche in altre scuole d’Italia e che sono assolutamente fuori luogo, ideologiche e niente affatto utili a tutelare chi si sente discriminato».

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