18/05/2022 di Luca Marcolivio

Cannabis. Mantovano: «La legalizzazione? Ecco perché non ha senso…»

In tema di droghe pesanti e leggere, nonostante la bocciatura della proposta referendaria avanzata dai Radicali, i pericoli in agguato sono sempre dietro l’angolo, soprattutto perché sembrano non placarsi ma le istanze – e le argomentazioni, pur prive di fondamento – che vorrebbero una loro legalizzazione. Se n’è parlato in particolare lo scorso 6 maggio, al convegno Droga, le ragioni del NO. Scienza, contrasto, prevenzione e recupero, organizzato dal Centro Studi “Rosario Livatino”, con l’intervento, tra gli altri, di Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro “Livatino”, magistrato di Cassazione ed ex sottosegretario agli Interni, che ha tra l’altro presentato proprio il suo ultimo volume, con il medesimo titolo del convegno. Mantovano ci ha dunque illustrato la pluralità di ragioni per cui non ha alcun senso contrastare il traffico di stupefacenti legalizzandoli e del perché non bisogna assolutamente abbassare la guardia.

Spesso si parla delle droghe “leggere” come un aiuto per tenere i giovani lontani da quelle più dannose. Perché in realtà è un ragionamento che non regge?

«Non regge non sulla base di affermazioni di principio ma in base all’esperienza e, in modo particolare, all’esperienza giudiziaria. Intendo dire che è ormai consolidato il fatto per cui le “droghe di passaggio”, come i derivati della cannabis, determinano una fascia importante di assuntori. Parliamo di una percentuale non irrilevante di consumatori, soprattutto i più giovani, che cominciano con lo spinello, per poi passare a sostanze ancor più devastanti. Lo dicono i medici che divulgano questo tipo di accertamenti ma lo dicono anche gli operatori delle comunità di recupero: è un dato acquisito che nella sua oggettività smentisce questo tipo di argomentazione».

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A proposito di droghe “leggere” e “pesanti”. Ha senso questa distinzione?

«In realtà no. Al di là degli aspetti prettamente tecnici, basta un solo dato: trent’anni fa la percentuale media di principio attivo (THC) che si trovava in circolazione nei derivati della cannabis era dell’1,5%. Oggi, quella percentuale è salita al 16%, quindi, nella media, è praticamente decuplicata; teniamo presente, però, che, grazie alle manipolazioni genetiche, ci sono derivati della cannabis che arrivano al 60% di principio attivo. Ora sfido chiunque a dire che bere un terzo di litro di birra col 5% di gradazione alcolica è la stessa cosa che bere una grappa col 40%. Se nell’ambito degli alcolici, la differenza è immediatamente percepibile, diverso è il caso della cannabis, i cui effetti sono molti più potenti che in passato, con conseguenze anche molto gravi sulla salute dei consumatori, in particolare degli adolescenti. Chi usa cannabis, rischia effetti anche irreversibili sul suo organismo, così come rischiano molto le donne in stato di gravidanza, anche se l’hanno assunta anni prima. Tutti questi dati dovrebbero stimolare un approccio diverso anche a livello legislativo. Grazie alla Corte Costituzionale, abbiamo evitato il referendum per la depenalizzazione ma, come ben sappiamo, alla Commissione Giustizia della Camera, è in discussione una proposta di legge, che punta agli stessi obiettivi del referendum».

La pandemia ha modificato anche le abitudini dei consumatori di stupefacenti e purtroppo anche quelle della criminalità dedita allo spaccio. . .

«Le organizzazioni criminali sono molto abili nel modulare i loro traffici sulla base delle caratteristiche del mercato. Durante la pandemia, che ha diminuito drasticamente i contatti fisici, è cresciuto il traffico di droghe online. In modo particolare, è cresciuta la vendita online delle piantine di cannabis, che permettono di disporre di questa sostanza all’insegna di una sorta di fai-da-te. Questo tipo di adattamento credo sia la risposta a chi dice che, legalizzando il commercio della cannabis, possano venir meno i proventi e le ingerenze delle organizzazioni criminali in questo tipo di traffici. La realtà dei Paesi dove si è legalizzato dimostra che non è così. Per certi aspetti, ciò è anche un dato logico, nel senso che nessuna legalizzazione è priva di limiti. Anche il più acceso sostenitore della legalizzazione non può consentire che un bambino di otto anni vada dal tabaccaio e si faccia impacchettare un chilo di cannabis con un’elevata percentuale di principio attivo. Qualunque legalizzazione farà comunque sì che siano posti dei limiti di età, quantità e percentuale di principio attivo. Così come, durante la pandemia, le organizzazioni criminali si sono riposizionate e hanno rimodulato il traffico sulla base delle nuove caratteristiche del fenomeno, allo stesso modo, in presenza di una legalizzazione che necessariamente dovrà avere dei limiti, non farebbero altro che posizionarsi un centimetro oltre ciascuno di questi limiti. Quindi, se il limite d’età sarà a 18 anni, ci sarà ancor più offerta, davanti alle scuole e ai luoghi di aggregazione adolescenziale. Stesso discorso per il principio attivo. Mi sembra una constatazione veramente elementare».

Quali, invece, i passaggi più significativi del suo ultimo libro in materia?

«Sia il libro che il convegno sono stati caratterizzati da un approccio multidisciplinare che affronta vari profili, da quello medico-scientifico a quello giuridico. L’attenzione dell’opinione pubblica è inversamente proporzionale alla gravità del fenomeno. C’è molta approssimazione e superficialità da parte di chi affronta queste tematiche, a partire dalla scorretta distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere, purtroppo contenuta anche nella legislazione vigente. Da questo punto di partenza errato derivano tutta una serie di conseguenze preoccupanti che mettono a rischio la salute di milioni di persone. Durante il convegno, il biologo Angelo Vescovi, che ha presieduto il comitato per il No al referendum sulle droghe, ha spiegato perché nei derivati della cannabis non c’è nessun elemento di leggerezza. Lo stesso concetto lo hanno espresso nel libro Luca Navarini, Massimo Gandolfini e Massimo Polledri».

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