20/10/2019

Bobby Ryes: altra vittima dell'eutanasia di stato

Un'altra vittima dell'eutanasia di Stato, come Charlie Gard, Alfie, e Vincent è Bobby Ryes, un ragazzo di 14 anni del Michigan.

Il giovane subì un arresto cardiaco il 21 settembre a seguito di un attacco d'asma, e fu trasportato in aereo all'ospedale pediatrico dell'Università del Michigan. I medici gli diagnosticarono la "morte cerebrale" e nel giro di una settimana da quella diagnosi, informarono i genitori che a breve avrebbero rimosso il ventilatore.

La famiglia sostenne però che - a detta anche dell'ospedale-  ci sarebbe stato un miglioramento delle condizioni del ragazzo nei giorni successivi la diagnosi, ed avere un miglioramento, è possibile sono per una persona che è ancora viva. I genitori avrebbero chiesto all'ospedale più tempo, in attesa di cercare un'altra struttura dove far curare il proprio figlio.

Bobby Schindler, presidente del Terri Schiavo Life & Hope Network, che è stato in tribunale con la famiglia, in un comunicato stampa sul suo sito web dice che «il caso Reyes è rappresentativo di un problema molto profondo all'interno del sistema sanitario statunitense - in particolare quelle questioni che riguardano la fretta di porre fine alla vita dei pazienti nelle aziende ospedaliere, che hanno un interesse finanziario acquisito ad interrompere la vita».

Come durante il Nazismo venivano uccisi i malati considerati "un peso", così anche ai giorni nostri. Charlie ed Alfie, Vincent, Bobby, devono morire perché le loro vite sono "futili" agli occhi del mondo e costituiscono solo un "spreco economico".

La richiesta dei genitori di Bobby di avere più tempo e trasferire il figlio non è stata accettata: il giudice l'ha negata ed il personale medico ha staccato il ventilatore a Bobby il 16 ottobre. Uno dei medici che ha assistito i genitori, Richard P. Bonfiglio, che si è laureato alla scuola di medicina dell'Università del Michigan ed ha partecipato all'udienza in tribunale, ha detto alla Free Press di Detroit di aver esaminato le cartelle cliniche di Bobby e di averlo visitato in ospedale.

Quando gli è stato chiesto se aveva visto miglioramenti, ha detto: «Assolutamente sì. Il problema è che l'intera determinazione della morte cerebrale non è una scienza precisa, quindi quando si tratta di questo tipo di situazione, preferirei sbagliare da una parte e dargli una possibilità in più piuttosto che sostenere un'altra cosa e non dargli altre possibilità».

Nella letteratura medica, sono noti altri casi di pazienti che si sono ripresi dopo una diagnosi di "morte cerebrale", che non è vera morte ma una scusa per il business del trapianto d'organi: il dottor Byrne, neonatologo di fama internazionale, ha raccontato in diverse interviste di un suo paziente nato prematuro, ricoverato nel 1975, e dichiarato cerebralmente morto. Il dottore continuò però a curarlo: oggi è padre di tre bambini. Casi del genere sono molto numerosi.

Non crediamo che, solo perché ci troviamo in Italia e non in Olanda o nel Regno Unito, situazioni come quelle passate da Bobby non possano accadere; certo che non ci si arriva da un giorno all'altro, ma piano piano.

E quasi senza accorgersene, un giorno magari vorranno uccidere un nostro familiare, amico o qualcuno di noi - speriamo non accada mai! - , e guarderemo indietro rimpiangendo di non aver fatto abbastanza quando qualcosa ancora si poteva fare.

 

di Chiara Chiessi

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