04/02/2017

Autodeterminazione, eutanasia, DAT: ne parla l’On. Gigli

In occasione della conferenza stampa alla Camera del 2 febbraio scorso, in cui i presidi delle facoltà di medicina di tre Università della Capitale (La Sapienza, Tor Vergata e il Campus Biomedico) hanno espresso la loro radicale contrarietà alla proposta di legge sulle DAT, che mascherano la legalizzazione dell’eutanasia,  abbiamo incontrato l’On. Gian Luigi Gigli.

Egli è uno dei pochi (gli altri sono Paola Binetti, Raffaele Calabrò, Benedetto Fucci, Domenico Menorello, Alessandro Pagano, Antonio Palmieri ed Eugenia Roccella), che si stanno battendo per la vita, cercando di emendare la pessima proposta di legge intitolata  “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari” (da cui l’acronimo DAT)

E’ un’ardua battaglia vista la determinazione mortifera del PD, del M5S e di SEL  che sul tema eutanasia  mostrano  caparbia compattezza di intenti.

Noi possiamo sostenere la causa della vita presentando una massiccia protesta popolare: firmate e fate firmare la nostra petizione!

L’On. Gigli, comunque,  è particolarmente dedito a contrastare la cultura della morte, perché oltre ad essere medico (neurologo e psichiatra) e professore universitario, è dal 2015 il Presidente del Movimento Per la Vita. E’ quindi coinvolto nella questione sull’eutanasia come politico, come scienziato e come bioeticista da sempre impegnato nel campo del volontariato a favore della vita e della dignità di ogni essere umano.

Gli abbiamo chiesto di illustrarci quali sono le criticità di questa proposta di legge.

«Le criticità sono molte. La prima è che essa creerebbe un diritto assoluto all’autodeterminazione, che prescinde da qualsiasi altra considerazione, che prevale sul valore della vita, anche come bene comunitario di tutta la società umana.

La seconda è che ciò che è necessario a tutti per sopravvivere – non solo ai malati – cioè l’idratazione e il nutrimento, viene assimilato a un trattamento sanitario e come tale, in base al suddetto principio dell’autodeterminazione, può essere rifiutato dal paziente, in qualsiasi condizione, anche quando il rifiuto riveli chiaramente un istinto suicidario. Il quale istinto suicidario, per di più, si dovrà consumare grazie al Servizio Sanitario Nazionale...

Un terzo problema riguarda gli incapaci. Qui in commissione siamo riusciti a far passare due emendamenti, uno mio e uno della Roccella,  per i quali qualunque decisione circa le cure dell’incapace o del minore deve essere presa dal rappresentante legale (genitori o tutore), “nell’interesse dell’incapace e in vista della tutela della sua vita e della sua salute”. Purtroppo questo paletto a tutela dei minori e dgli incapaci non avrà molto senso se non cade il presupposto di cui si diceva al punto precedente, cioè il considerare cibo e acqua “trattamenti sanitari” che potrebbero addirittura essere “dannosi” per il paziente.

Infine, c’è un problema immenso: le “dichiarazioni” di trattamento nel testo della legge diventano “disposizioni” vincolanti per il medico. Il medico che dovrebbe essere attore di un’alleanza  con il paziente, alla luce del giuramento ippocratico, in base al quale “non darà mai la morte al paziente, anche se ne fosse richiesto”, viene trasformato in un mero esecutore della volontà del paziente.

Proprio oggi, infine, abbiamo discusso per 3 ore e mezzo in commissione con quelli che sostengono il principio di autodeterminazione: se non avessero preclusioni ideologiche converrebbero che la autodeterminazione è vera se il paziente è davvero libero da condizionamenti. Anzitutto da condizionamenti psicologici: in un momento di sfiducia, depressione, disperazione, è facile prendere una decisione suicidaria. Rispetto ad essa la società dovrebbe intervenire per fargliela ragionevolmente cambiare, non dovrebbe assecondarla, né tanto meno offrire i mezzi e le strutture del SSN per realizzarla.

Ma il paziente potrebbe essere non veramente libero, la sua autodeterminazione potrebbe essere in realtà falsata, anche da condizionamenti socio economici o familiari.  Pensiamo alla grande platea degli anziani. Molti di loro potrebbero auto – convincersi di dover “togliere il disturbo”,  perché la loro morte potrebbe portare un beneficio, o eliminare un problema, a quelli che li circondano».

Francesca Romana Poleggi


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