Siamo alle solite. Nonostante numerosi e rilevanti dietrofront circa l’ammissione delle atlete transgender nelle competizioni femminili – come quello del Comitato Olimpico degli Stati Uniti, che ha confermato lo scorso luglio questo divieto, conformemente a quanto deciso dal Presidente Donald Trump -, il tema, purtroppo, non si può certamente definire superato; tutt’altro.
Lo dimostra la singolare vicenda che ruota attorno ad A.B. Hernandez, pallavolista transgender della Jurupa Valley High School (California), che si staglia come un simbolo dei dannosi paradossi cui conduce una certa visione «inclusiva» - almeno a parole. Una premessa è però d’obbligo: A.B. Hernandez non è un atleta sconosciuta, avendo vinto già due titoli ai campionati statali femminili di atletica (salto in lungo e triplo salto). Ebbene, la sua partecipazione nelle competizioni femminili ha innescato un’ondata di reazioni che trascendono il pallone da volley, arrivando a scuotere il mondo della politica, della giurisprudenza e della scuola. Ciò che si sta infatti verificando – e che non può non far riflettere – è l’elenco di scuole e squadre che, per questioni di lealtà ma anche per la tutela agonistica delle proprie atlete, hanno deciso di non partecipare a partite dove vi sia in campo anche questo pallavolista biologicamente maschio.
Le avversarie si ritirano
Si va dalla Riverside Poly High School - la prima a rinunciare ad una partita contro A.B. Hernandez, richiamando la necessità di un «ambiente sicuro e positivo» per le sue atlete - alla Rim of the World e alla Orange Vista High School, le quali ne hanno seguito l’esempio, ritirandosi dai match in calendario. In particolare, Orange Vista ha ufficialmente spiegato che la scelta è maturata non a cuor leggero, bensì dopo «discussioni ponderate tra atlete e staff tecnico». A questi istituti si è poi aggiunta anche l’A.B. Miller High School, divenendo così la quarta scuola a rinunciare, in una decisione definita collettiva e condivisa da team, allenatori e amministrazione, con l’evidente obiettivo di tutelare le ragazze. In totale, quindi, ben quattro licei hanno finora già scelto così di non confrontarsi con la squadra di Jurupa Valley. Solo la Chaffey High School ha accettato la partita, tra l’altro inserendosi nel calendario partecipando quindi a una partita originariamente non prevista. Una scelta che sa tanto di “vetrina” idologica, anche per le dichiarazioni del direttore direttore atletico Chris Brown che ha definito la partita come «un match che porterà gioia»
Il messaggio: difendere le ragazze
Il messaggio di ciascuna di tali scuole è chiaro: qui non si tratta di intolleranza, ma di una volontà di difendere uno spazio pensato per il confronto femminile, equo per natura poiché non è assolutamente discussione il notevole vantaggio atletico di cui godono le atlete transgender biologicamente maschi. A tal proposito, infatti, resta eloquente, tra i diversi che si possono citare, uno studio svedese uscito sul British Journal of Sports Medicine che ha in buona sostanza ribadito come livelli più elevati di testosterone avvantaggino enormemente, drogandola, una determinata prestazione sportiva. Nello specifico, con questa ricerca – intitolata «Effects of moderately increased testosterone concentration on physical performance in young women» - gli studiosi hanno effettuato un esperimento semplice ma al contempo illuminante: prendendo un campione di una cinquantina di donne sportive di età compresa tra i 18 ed i 35 anni, le hanno suddivise in due collettivi. Successivamente, per 10 settimane al primo gruppo è stata somministrata una crema al testosterone, al secondo invece un prodotto placebo. Morale: le atlete che avevano nel sangue un livello di ormone maschile accresciuto (4,3 nanomoli al litro contro gli 0,9 delle altre) hanno migliorato il loro tempo di corsa in precedenza registrato di oltre 20 secondi, facendo registrare un balzo positivo delle loro prestazioni dell’8,5%.
Le donne a cui invece non era stato somministrato alcun trattamento ormonale hanno fatto registrare le prestazioni di prima. Tutto questo – sapendo di quale enorme vantaggio fisico e ormonale godano i soggetti biologicamente maschi rispetto alle donne - ci porta ulteriormente a comprendere come il cuore della vicenda in oggetto non siano né Hernandez né le istituzioni statali o scolastiche né sportive. No. E’ un principio morale: la certezza che lo sport femminile non sia un recinto nominale, bensì una comunità formativa che richiede tutela. E che veda tutelato pure quel principio di lealtà tale per cui chi è fisicamente avvantaggiato in partenza è doveroso che partecipi alla sua di categoria, senza che venga così inquinata la bellezza dello sport e della competizione.