21/12/2014

AIDS e omosessualità: chi non informa “correttamente” è omofobo

Il 1° Dicembre scorso è stata celebrata la giornata mondiale contro l’ AIDS. Molti hanno parlato di “epidemia dimenticata”, ma nessuno ha analizzato i dati rilevati che evidenziano che la diffusione del virus avviene soprattutto tra gli uomini omosessuali.

Rilanciamo un’ampia e rigorosa analisi della situazione pubblicata dal professor Pennetta nel suo blog, Critica scientifica.

Nella trascorsa giornata mondiale contro l’AIDS quasi tutti i media hanno posto l’attenzione sull’epidemia con accorati inviti all’uso del profilattico spesso riportando le cifre dell’epidemia in Italia e nel mondo per segnalare un’emergenza in atto. Ad esempio sul Fatto Quotidiano l’articolo “Giornata mondiale contro l’Aids: maschio italiano, ti prego usa il condom“, ha invitato genericamente ad esigere rapporti con il condom, Wired ha invece scelto di indicare “I miti da sfatare sull’Hiv” preceduti dall’annuncio della campagna “Closing the gap” del WHO che si propone di porre fine all’epidemia entro il 2030. Sono anche riportati i dati sui nuovi contagi in Italia,3.806 nuove diagnosi nell’ultimo anno delle quali il 72,2 % sono uomini, un dato che appare significativamente sbilanciato ma che viene riportato senza spiegazioni. Altra testata stessi contenuti su Vanity Fair  mentre il Corriere della Sera decide di lasciare ad un articolo del cantante Mika il compito di parlare della giornata contro l’AIDS “Indifferenza e discriminazione: la storia di Eduardo e la lotta all’Hiv“, un articolo nel quale si va oltre le affermazioni d’obbligo che più o meno si trovavano sulle altre testate e si va a fare considerazioni più incisive:

“Aggiunge poi Alessandra Cerioli, presidente della Lila: «Se una ragazza porta con sé un preservativo — il che sarebbe un comportamento responsabile — è ridicolizzata e viene considerata promiscua. La protezione con il profilattico è giudicata negativamente e anche se la ragazza ha con sé il condom, spesso teme di usarlo per paura del giudizio e del ridicolo; questa è una crisi!».”

Non viene spiegato come faccia la ragazza ad essere ridicolizzata se porta con sé un preservativo, qualcuno sa cosa porta con sé nelle tasche o nella borsetta una ragazza? La storia della ridicolizzazione obiettivamente non regge, la paura del giudizio da parte di un partner occasionale poi è surreale, ma come… fanno sesso occasionale e lei si preoccupa che l’altro possa giudicarla perché ha un condom nella borsetta?! Quelli della Lila però non si sono dati per vinti e hanno fatto un “esperimento”:

In un recente test la Lila ha collocato dei distributori di preservativi nei bagni di un liceo di Roma, a costo minimo. Nessuno li ha comprati, la prova è fallita e le due macchine sono state rimosse. Al contrario, in America i preservativi sono diventati quasi un simbolo di comportamento sessuale responsabile; ci si vanta orgogliosamente di usarli e c’è sempre stata un’adeguata campagna di formazione sulla protezione, cosa che sembra inesistente in Italia. Negli Stati Uniti il marketing sui condom, così come le loro confezioni, sono così tanto popolari che addirittura sono stati presi in prestito per il branding e la vendita anche di chewing gum, come si è visto nel recente successo del marchio «5 sensi».

Mi complimento con i ragazzi del liceo romano che non hanno comprato i preservativi dai distributori della scuola, vuol dire che a scuola ancora non si va per copulare. Quello che sfugge agli esponenti della Lila è che i distributori automatici nei luoghi pubblici sono legati all’uso del prodotto in quel luogo, così se metto un distributore del caffè o di merendine, è perché durante la giornata a scuola ci sono momenti di pausa in cui si può prendere un caffè o mangiare una merendina, non ho mai visto nessuno prendere un caffè in ufficio e portarselo a casa, o acquistare una cornetto in cellophane per gustarselo la sera con gli ospiti. E poiché non risulta che in nessuna scuola, statale o paritaria che sia, sia stata ancora contemplata una pausa “accoppiamento”, non si capisce cosa ci stessero a fare i distributori di preservativi. L’unico utilizzo ce viene in mente avrebbe potuto essere quello di farne dei gavettoni, ma è qualcosa che in genere si fa solo a fine anno e francamente l’attività non sarebbe redditizia. Stendiamo poi un velo pietoso sul fatto che negli USA usare il preservativo sia addirittura un motivo di vanto, immaginiamo per favore la scena di un tizio che si vanta… vabbè.

Segue il racconto di un caso personale con il suo carico di sofferenza, un caso sul quale non ci soffermiamo ma che porta l’attenzione sulle discriminazioni, un argomento sul quale torneremo alla fine di questo articolo.

Il messaggio che è passato è che dunque siamo di fronte ad un’epidemia “dimenticata” ma che richiede invece ancora un’attenzione particolarmente alta in attesa che i programmi WHO a base di 90-90-90 (dare cure al 90% delle persone con HIV, permettere al 90% delle persone sieropositive di essere a conoscenza del proprio stato virale e azzerare la carica virale per il 90% delle persone in terapia) debellino il virus antro il 2030.

Le cifre parlano però di una situazione tutt’altro che di emergenza, il numero di sieropositivi che viene dato in 140.000 in Italia e 35 milioni nel mondo, una percentuale della popolazione di riferimento di circa 0,23 % nel primo caso e 0,5 % nel secondo, il che per un virus che si è diffuso dal 1981 è il dato di un fenomeno sotto controllo. Ma in realtà il fenomeno, almeno per quel che riguarda l’Italia è ben più che sotto controllo, è in costante diminuzione da anni, come mostrato dai grafici diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità:

AIDS_uomo_donna_infezione

L’unica categoria che vede un leggero aumento in questi ultimissimi anni è quella dei maschi, e qui torniamo a quel 72,2% di maschi che rende sbilanciato il computo dei sieropositivi tra i due sessi.

Nessuno come abbiamo visto ha spiegato questo dato, un’ipotesi possibile è che nel rapporto sessuale il contagio sia maggiormente trasmissibile da femmina a maschio che viceversa, andiamo allora con approccio scientifico a verificare cosa dicono le statistiche. In aiuto ci viene una tabella dei CDC, i centri per il controllo delle malattie degli USA, una fonte più che autorevole:

hiv_infezione_sesso_anale

I dati riferiti dai CDC appaiono assolutamente sorprendenti:

il rischio di contrarre l’HIV nei rapporti eterosessuali con persone contagiate è estremamente basso, dell’ordine di 4-8 possibilità ogni 10.000 rapporti.

il rischio di contrarre l’HIV in un rapporto eterosessuale è maggiore per la femmina che per il maschio in una ragione del doppio delle probabilità. Scopriamo quindi che quel 72,2% di maschi contagiati rispetto alle femmine non solo non è dovuto ad un maggiore rischio teorico, ma addirittura ribalta le percentuali attese. Sempre sulla stessa tabella vediamo che invece il fattore di rischio per un rapporto anale è di ben 34,5 volte più alto rispetto ad un rapporto vaginale.

L’ipotesi scientifica che a questo punto si può formulare è che la percentuale più elevata di HIV tra maschi (72,2% del totale) sia dovuta a rapporti omosessuali. Se questa ipotesi fosse corretta dovremmo aspettarci di trovare una significativa percentuale di omosessuali tra i contagiati. Vediamo quindi cosa dicono i dati:

hiv_aids_omosessuale

I dati effettivamente confermano un’elevata percentuale di MSM (maschi che fanno sesso con maschi) tra le nuove infezioni. Non solo, i contagi MSM sono in aumento dal 2008, anno che coincide con l’incremento dei contagi riportato nel grafico precedente. Situazione confermata da un terzo grafico dell’ISS:

hiv_omosessuale_eterosessuale

A questo punto è possibile trarre delle conclusioni molto importanti che però gli organi di informazione non hanno dato:

1- l’epidemia di HIV è ancora legata in modo significativo ai rapporti omosessuali maschili, proprio come avveniva inizialmente  nel 1981.

2- poiché secondo i dati dei CDC la possibilità di contagio nel rapporto eterosessuale vaginale è dell’ordine di 0,0008, l’uso del profilattico viene fortemente ridimensionato come irrinunciabile strumento “salvavita”.

Alla fine della Giornata mondiale contro l’AIDS restano delle considerazioni da fare:

-La maggiore esposizione della popolazione omosessuale maschile al contagio è stata colpevolmente taciuta negando alle persone interessate un’informazione corretta, un comportamento che si potrebbe definire “omofobo”, nel senso che danneggia gli omosessuali, e paradossale è il fatto che quest’occultamento di informazione venga da un omosessuale, Mika, il quale intende operare a favore della categoria e addita una serie di colpevoli:

Nessun’altra malattia mette in gioco un numero così alto di questioni socio politiche: intolleranza tradizionale e religiosa, disuguaglianza economica e sociale, razzismo, omofobia, scarsa istruzione, pudore; tutto ciò impedisce l’eradicazione di una patologia evitabile e l’accesso alle cure.

Il timore di ricevere l’accusa di omofobia porta a nascondere il contagio tra gli omosessuali, un timore che però è manifesto anche nello stesso documento dell’Istituto Superiore di Sanità che anziché utilizzare il termine “omosessuali maschi” usa l’acronimo MSM (Maschi che fanno Sesso con Maschi).

-Tutti i ripetuti inviti all’uso del profilattico si traducono prevalentemente in un mega spot pubblicitario a favore delle case produttrici che sentitamente ringraziano.

In conclusione: omofobia e discriminazione è anche quella che, per vergogna o per paura delle accuse del versante politically correct, nasconde agli omosessuali maschi il rischio di contagio a cui sono esposti.

Enzo Pennetta

Fonte:  Critica Scientifica

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