La Capitale si tinge sempre di più - per la serie, al peggio non c’è mai fine - di arcobaleno. Un ennesimo passo a favore dell’ideologia gender di un’istituzione che, lo sappiamo fin troppo bene, è già da anni, con l’amministrazione Gualtieri, impregnata dell’Agenda Lgbt. Ci riferiamo a quanto successo lo scorso 5 maggio, quando si è tenuta, al Museo di Roma, la presentazione di “Musei e generi. Etica, metodi e approcci per promuovere una cultura trans-positiva e accessibile nelle istituzioni culturali”, un adattamento italiano di un altro documento, Trans-Inclusive Culture, prodotto dal Research Centre for Museums and Galleries dell’Università di Leicester, nel Regno Unito.
L’Agenda Lgbt monopolizza anche la cultura
Tale documento, secondo quanto chiarisce lo stesso portale del poc’anzi citato ateneo britannico, consiste in «linee guida, destinate principalmente a chi lavora in musei, gallerie, archivi e istituzioni culturali», che «definiscono un quadro etico a supporto delle organizzazioni culturali per promuovere l'inclusione delle persone transgender». Elaborate sulla base di 130 risposte ad un sondaggio che chiedeva a delle organizzazioni culturali di condividere sfide e proposte sulla base della loro esperienza quotidiana, queste «linee guida» - datate settembre 2023 e predisposte dagli studiosi Suzanne MacLeod, Richard Sandell, Sharon Cowan, EJ Scott, Cesare Cuzzola e Sarah Plumb - presentano più di un profilo problematico. In primo luogo, in Trans-Inclusive Culture si elencano tipologie di discriminazione e/o ambiti di inclusione necessari senza però elencare, in nessuna delle 44 pagine del testo, casi specifici di discriminazione; in altre parole, in modo aprioristico si dà per scontato che una discriminazione esista e ci si adopera per combatterla. Già questo appare discutibile. Ma soprattutto, rinviando sempre all'Equality Act, in queste «linee guida» non viene riportata alcuna definizione di cosa sarebbe effettivamente discriminatorio, a tutto vantaggio del fatto che chiunque potrebbe finire con lo stabilire cosa sia o meno consentito ritenere discriminatorio.
Il rischio di discriminare chi la pensa diversamente
Sia chiaro: non si sta in alcun modo - neppure indiretto o remoto - legittimando alcun tipo di trattamento discriminatorio verso nessuno; si vuole però far presente come parlare di «inclusione» in antitesi a «discriminazione» senza però mai mettere davvero a fuoco questi concetti presenti delle insidie, perché ciascuno può interpretarli come crede; in teoria, anche ritenendo che sia «discriminatorio», per esempio, sostenere che la famiglia sia quella composta da un uomo ed una donna, che i figli abbiano bisogno di un padre e di una madre o che si nasca maschi e femmine.
Onestamente, dispiace quindi che anche in Italia si prendano a modello, adattandole anche per il nostro Paese, «linee guida» che – dietro il paravento, sempre comodo, della lotta alla discriminazione – di fatto finiscono solo per veicolare un’ideologia a tinte arcobaleno: quella dell’individuo «fluido» e «non binario», seminando confusione anche in luoghi, quali sono per esempio i musei, che dovrebbero fare cultura e non politica, tanto meno sposando le battaglie del fronte Lgbt, da molti decenni impegnato ad accreditarsi come minoranza perseguitata quando, invece, emergono riscontri del contrario.
La “sovraesposizione mediatica” dell’Agenda Lgbt
Proprio guardando al Regno Unito, infatti, si può segnalare la pubblicazione del recente studio Transgender Homicides in Britain, 2000–2025: Victims and Perpetrators di Michael Biggs del dipartimento di sociologia dell'Università di Oxford, che - analizzando l’esposizione e il risalto mediatico della BBC dato a notizie riguardanti omicidi tra persone transessuali - ha scoperto, in estrema sintesi, questo: che dal 2000 al 2025, nel Regno Unito, 11 persone transgender sono state assassinate (per lo più, dai loro partner maschi) e questo ha generato una copertura mediatica di 137 notizie, pari a più del quadruplo degli articoli che identificano i transgender; ma 20 persone transgender, nello stesso arco temporale, hanno invece commesso omicidio: questo tuttavia ha generato appena 58 notizie – meno della metà -, di cui solo 23 menzionavano le persone trans. Insomma, a livello mediatico la minoranza transgender nel Regno Unito non sembra affatto discriminata, anzi. Sembra godere di un trattamento, per così dire, favorevole; e, posto che non abbiamo evidenze di gravi discriminazioni in ambito culturale e museale, lo stesso si potrebbe dire sul versante culturale. Ma se si favorisce in qualsivoglia forma – anche attraverso la pubblicazione di «linee guida» dedicate - una minoranza, di fatto, non solo non si combattono delle discriminazioni ma, paradossalmente, si rischia di introdurne di nuove. Strano che in Inghilterra così come in Italia quest’ultimo aspetto, invero così elementare, non sia considerato.