01/09/2014

Adozione gay – Lettera aperta

Una splendida riflessione che prende sì le mosse dalla sentenza del Tribunale di Roma che ha consentito l’ adozione di una bambina da parte della convivente lesbica della madre naturale ma tocca i gangli vitali del tema: il diritto dei bambini e la sovversione delle priorità della politica.

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Ho provato a tornare indietro nel tempo, a quando fra i banchi di scuola – le elementari, o poco più – ti chiedono di prendere la penna e sul foglio bianco scrivere quello che rappresentano la tua mamma e il tuo papà, parlare della famiglia, disegnarne il ritratto che hai in mente, raccontare sogni e progetti per il futuro. Qualunque sia la situazione tra le mura domestiche, quantunque siano i soldi sul conto in banca o le volte che i genitori litigano, per quanto si possa esser cresciuti tra week end alternati tra una casa e l’altra di coniugi separati e imparato troppo in fretta che la famiglia del mulino bianco non corrisponde pressoché sempre alla realtà delle cose, tuttavia, quel futuro, è pur sempre a tinte pastello. Perché è questo, ciò che fa la mente di un bambino: tinge d’acquerelli anche i giorni più neri, illumina a giorno una camera oscura. È la capacità di sognare, quella congenita, inspiegabile, inafferrabile predisposizione naturale all’immaginazione, che si perde crescendo, come il più oneroso pegno da pagare per varcare le soglie del mondo adulto ma che, fin quando regge, non importa la si chiami infanzia, adolescenza o prepubertà, rappresenta comunque il bagaglio prezioso di cui ci ha dotato, insieme al dono della vita, qualcuno molto generoso lassù in alto.

Così ci ho provato, e ci ho provato davvero, a immaginare cosa mi chiederebbe oggi una maestra, sul quel foglio bianco. E ho cominciato, idealmente a scrivere e cancellare, riscrivere e ri-cancellare. Ogni volta, in mille modi diversi, le uniche parole che ho visto naturalmente comparire sulla pagina erano sempre e solo due: mamma e papà.

E se potrebbe apparire un amarcord, degno di ogni più cinico sentimentalismo di un’anziana nonna, ci tengo subito a precisare e rassicurare che dai tempi in cui ero tra i banchi di scuola, invece, non è passato poi molto. Ho appena ventiquattro anni. Ventiquattro, sì, e son cosciente e consapevole di incarnare un  pensiero controtendenza, di dare facile adito a critiche soprattutto tra i miei coetanei, troppo facilmente preda di banali stereotipi, di qualunquismo e facili generalizzazioni, di cui credo – dopotutto, a loro discolpa – siano in fondo solo vittime sistematiche.  La mia è però una doverosa una presa d’atto, una sollevazione di spirito e di pensiero, perché se penso a quel foglio bianco, quando penso a quale traccia di un tema o di un disegno, di qui a qualche anno, possa essere somministrata a un bambino, a scuola o all’asilo, un susseguirsi incalzante di domande e di dubbi mi lascia un’amarezza di fondo che fatico a placare. Un’angosciante senso di impotenza, è ciò che provo dinanzi allo sgretolarsi, giorno per giorno, sotto i miei occhi, di tutto quel bagaglio di certezze e di principi, di morale, di etica, di valori che hanno accompagnato la mia crescita e che ritengo sia sacrosanto e doveroso accompagnino la crescita di tutti i bambini.

Mi domando, e lo domando indirettamente a chiunque altro, che diritto si abbia di negare ad un infante la spontaneità della più recondita, elementare e semplice legge degli opposti? Quella che rende nettamente distinti i ruoli, ma soprattutto il valore, il sistema affettivo, relazionale, disciplinare e di principi, che è racchiuso dentro quelle due semplici parole: madre e padre? Ma, soprattutto, fino a che punto può spingersi la ratio di chi trova non solo opportuno bensì ormai inevitabile chiedere di sostituire le parole madre e padre con “genitore uno” e “genitore due”? Quale cieco ed ostinato, crudele egoismo può legittimare la decisione di rendere “naturale” ciò che per natura non esiste, perché non è in natura contemplato e mai sarà in natura riproducibile, inculcando ad un bambino l’accettazione passiva del nucleo familiare doppione, due padri o due madri, come fosse la“normalità” delle cose?

Io una risposta non ce l’ho, ammesso che una risposta vi sia. Ma una riflessione su questi temi non è più procrastinabile. Ce lo impone la storia, di cui si discute proprio in questi giorni, di quella bambina affidata ad una coppia di conviventi lesbiche italiane. Quella bambina, più che figlia biologica di una delle due donne, riesco a definirla, con grande rammarico, figlia di un vulnus legislativo e di una sordida, subdola manipolazione di coscienze e di diritto. E tuttavia, per quanto mi piacerebbe cedere alla tentazione di inserirmi anche io nell’acceso dibattito che sta animando le pagine dei giornali, con botta e risposta da questa e quella parte politica, insistendo sulla questione della legittimità o meno di una sentenza che di fatto tradisce l’ordinamento costituzionale italiano, non è poi questo il vero fulcro della discussione.

Piuttosto, a questa e quella parte politica, tanto facilmente pronte a scendere in campo su un tema di facile appeal, a metter bocca lì dove si intravedono margini di protagonismo anche a costo di sacrificare contenuti concreti in favore delle luci della ribalta; ai giudici sempre più simili a prestigiatori che, come coniglio dal cilindro, tiran fuori sempre più spesso libere interpretazioni di norme teoricamente non sovvertibili; a tutti quelli che “finalmente anche in Italia la stepchild adoption”, senza poi ben sapere effettivamente cosa sia né avere la lucida serietà di soffermarsi a comprenderne la portata reale delle conseguenze effettive; ebbene, a coloro che, nel bene o nel male, hanno comunque nelle mani le sorti di questo Paese, preferisco piuttosto rivolgere un sentitissimo, profondamente accorato invito: non offendeteci.

Perché è proprio così, che mi sento: offesa. Anzi di più: sbeffeggiata, umiliata, derisa. Da un Paese, da una generazione, da una classe dirigente che reputa fondamentale tenere alta l’attenzione sulla necessità di riconoscere il diritto a due madri e due padri di poter liberamente predisporre la compravendita di uteri e procreare artificialmente, magari a tavolino, quello che in realtà è una un dono superiore. Della natura.

Mi sento offesa da un Paese disseminato di vertiginose e imbarazzanti contraddizioni, il Paese in cui “due pesi e due misure” si traduce nel danno e nella beffa. Chi sa dirmi perché i miei sogni nel cassetto non abbiano lo stesso peso di quelli della mamma lesbica? Perché per me, giovane donna di 24 anni che mi affanno nella ricerca di un lavoro stabile e per vedere riconosciuti i miei sacrifici, non ci sono incentivi né sussidi né agevolazioni né sentenze giudiziarie né dibattiti in Parlamento, che mi aiutino a coltivare il mio desiderio di mettere al mondo una creatura, pur nelle difficoltà di questo momento storico ed economico?

Io, e come me tante altre donne, non faccio notizia. Perché la maternità, il desiderio di procreare, quello di una famiglia, non è più un valore da difendere e tutelare, a meno che non abbia i contorni della non convenzionalità di genere. Io, però, questo non posso accettarlo. Come cittadina. Come giovane donna poco più che ventenne. Come donna che vorrebbe diventare madre, un giorno, e spera che quel giorno non sia per cause di forza maggiore fra vent’anni. Ma, soprattutto, come futura madre che vorrebbe non doversi vergognare di dire ai propri figli che nessun “genitore uno e due” potrà mai sostituire la bellezza di un uomo e di una donna, di una giovane coppia che, amandosi, dà vita alla vita.

La storia – soprattutto la nostra, di storia – ci insegna fin troppo bene che leggi, le norme, perfino la Costituzione possono cambiare, per cui non so poi a che o a chi giovi appigliarsi a discutere ciò che è consentito, previsto o meno. Piuttosto, si rifletta su questo: c’è qualcosa che la giurisprudenza non può né mai potrà legittimare, che non è arbitrariamente interpretabile né soggetto a svalutazioni di sorta. Quella cosa è il diritto di natura. E, ogni bambino, ha diritto a non veder violato quel diritto.

Silvia Cocuzza

 

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