di Francesco Pavan
Il Regno Unito si dimostra in questi ultimi mesi sempre più attivo nell’opera di violazione dei diritti dell’uomo. Che si parli di libertà di pensiero e di espressione (si pensi ai diversi professori arrestati per essersi schierati contro il mainstream o a Martine Croxall, volto storico della BBC, messa alla gogna per aver detto ingenuamente “donne incinte” al posto della formula scritta sul copione “persone incinte”) fino alla soppressione della vita innocente (si pensi alle “eutanasie di Stato” degli ultimi anni), eccoci all’ultimissima manovra che riguarda l’aborto.
E l’ultima trovata firmata UK è in effetti proprio una benedizione per il mondo pro-choice: la depenalizzazione degli atti abortivi fino al nono mese (compreso) di gravidanza. La Camera dei Lord, il 18 marzo scorso, ha infatti bocciato la soppressione dell’emendamento contro la clausola 208. Questo non deve stupire: ci troviamo di fronte all’ennesimo passo di un percorso intrapreso tempo fa.
Tutto parte nel marzo 2020, in pieno periodo Covid, quando il Governo ha permesso alle donne, previa consultazione medica telefonica, di praticare l’aborto farmacologico in casa propria. Questa, che doveva essere una “misura di emergenza”, viene poi confermata e resa ordinaria nel 2022, per permettere alla donna di praticare in autonomia l’aborto farmacologico “in the first 10 weeks of pregnancy (9 weeks and 6 days)”, come riporta il sito del governo. La situazione si aggrava quando, nel 2025, in una normativa parte di una riforma di legge sulla criminalità e le forze dell’ordine (Crime and Policing Bill), viene presentata la già citata “clausola 208”, protagonista della nostra vicenda, che depenalizzerebbe l’aborto fino al nono mese di gravidanza. Si arriva così al 18 marzo scorso, quando la baronessa Rosa Monckton presenta un emendamento atto ad abrogare la clausola del suddetto disegno di legge, che viene respinto con 185 voti, contro i 148 a favore della sua abrogazione.
Questa clausola, quindi, rimarrà all’interno del testo di legge. Cosa comporta questo? Tecnicamente parlando, il limite massimo legale per abortire rimane quello ufficiale delle 24 settimane. Ciò che viene modificato è la non perseguibilità delle donne che lo praticano anche dopo la 24esima settimana, mentre rimangono perseguibili medici e terzi che prestano il proprio contributo all’atto abortivo oltre i limiti prestabiliti.
Di fatto, si capisce, possiamo parlare di una “legalizzazione ufficiosa” dell’aborto in ogni momento della gravidanza, fino al momento del parto. E la situazione è quella che si potrebbe chiamare slippery slope: mettere i piedi in un terreno scivoloso inclinato, dove pian piano si scivola, sempre più velocemente, nel baratro della legalizzazione totale della pratica abortiva.
Una posizione che in fondo è coerente con sé stessa: con la posizione abortista dura e pura. Perché diciamo che questo “assist” è coerente? Perché in effetti nulla succede di “magico” né all’interno dell’utero, né al di fuori di esso (con il momento della nascita), per poter dire di distinguere un “prima” e un “dopo” la persona, un prima e un dopo l’essere umano, un prima e un dopo una vita innocente. Proprio coloro che sostengono la scelta abortiva devono prenderne atto e mettersi sullo stesso terreno di battaglia: è di un essere umano che si parla, e ci si schiera per la sua vita o per la sua morte.
Un assist coerente quindi - in una coerenza che odora di morte - e che ci permette, nel dramma, di portare speranza e di richiamare alla bellezza. Di fronte ad un’apertura alla “cultura della morte” – come avrebbe detto papa Giovanni Paolo II - che è anche “cultura dello scarto” – come avrebbe invece detto papa Francesco - ogni persona è chiamata, oggi più che mai, a scegliere ogni giorno una “cultura della vita”. Dunque opporre la pars costruens alla pars destruens; rispondere con la cura alla sofferenza che dilaga; rispondere con l’amore all’odio.
Di fronte ad una manovra del genere, che si poggia sulla legge positiva umana, si può così sfruttare “l’assist” firmato United Kingdom per confermare ciò che questo suppone: proprio perché durante i 9 mesi della gravidanza non c’è nessuna modifica sostanziale alla vita che cresce nel grembo della madre, mentre voi scegliete la morte, noi scegliamo la vita. Proprio in virtù del fatto che un aborto non cambia nella sua natura di atto disumano se compiuto al primo, o al quinto o al nono mese della gravidanza, noi scegliamo di condannarlo come tale, ossia come distruzione di una vita innocente che nulla può dire o fare per impedire che succeda ciò che si può tranquillamente evitare: la soppressione di una vita umana innocente.
Che questa manovra possa destare le coscienze non solo degli inglesi, ma di tutta la famiglia umana, per schierarsi a gran voce contro l’ingiustizia verso i più deboli che sempre più violentemente irrompe nella cultura occidentale. In fondo, come ben sottintende la clausola 208, che sia un feto al terzo mese o al nono, non fa nessuna differenza.